4 maggio 1941, nasceva Adriano Spatola ricordo del fratello Maurizio, 79 anni dopo

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Nell’impossibilità di crearne uno nuovo, ripropongo qui, in occasione del settantanovesimo anniversario della nascita di Adriano Spatola, il ricordo che misi in rete quasi tre anni fa nell’anniversario della scomparsa di mio fratello, il 23 novembre 2017.

Potrò forse apparire noioso ma non posso fare a meno di ricordare anche quest’anno l’anniversario della scomparsa di Adriano Spatola, il mio fratellone Poeta, avvenuta ventinove anni fa, il 23 novembre 1988, nella sua casa di Sant’Ilario d’Enza. Ho pensato di farlo proponendo la lettura di una poesia tratta dalla sua ultima raccolta di versi, La definizione del prezzo, pubblicata postuma nel 1992 a cura della vedova Biancamaria Bonazzi e dell’amico editore milanese Francesco Martello. Molto poesia è l’ultimo omaggio, in versi, di Adriano al suo Maestro e mentore il Professor Luciano Anceschi, il docente di estetica che sin da giovanissimo ne aveva seguito e incoraggiato il percorso letterario. Quest’ultima raccolta, già predisposta da Adriano negli ultimi mesi di vita con i divertenti ritratti surreali e grotteschi disegnati su sua richiesta dall’amico pittore modenese Giuliano Della Casa (due dei quali qui riprodotti), costituiva il terzo capitolo di una trilogia legata alla nascita/produzione del libro: le due raccolte precedenti sono La composizione del testo (Cooperativa Scrittori, Roma 1978) e La piegatura del foglio (Guida, Napoli, 1983). Much Poetry, la traduzione inglese di Molto poesia è di Paul Vangelisti, altro amico fraterno di Adriano, ed è tratta dal volume The Position of Things, Collected Poems 1961-1992, edito a Los Angeles da Green Integer nel 2008 a cura dello stesso Vangelisti e con una postfazione di Beppe Cavatorta.
Maurizio Spatola

 

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Molto poesia

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www.archiviomauriziospatola.com: remake. Adriano Spatola, prose sparse (’65-’67) brani da “Achille” romanzo incompiuto recensioni, prefazioni e vari scritti critici documento online dal 12 maggio 2017

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12.05.2017
In occasione del settantaseiesimo anniversario della nascita di Adriano Spatola ho messo in rete un documento concernente la sua multiforme attività letteraria, selezionando alcuni scritti critici poco noti comparsi su varie riviste fra il 1965 e il 1967, con l’aggiunta di due brani anticipatori di quello che doveva essere il suo secondo romanzo sperimentale, dopo l’Oblò edito da Feltrinelli nel 1964, e che con ogni probabilità si sarebbe intitolato Achille. Romanzo rimasto quasi certamente incompiuto….
A seguire, nel documento, otto testi critici, scritti in diverse occasioni e apparsi in pubblicazioni di natura differente, in anni che si possono ritenere ancora giovanili, per Adriano, che nel 1966 compì venticinque anni, proprio mentre veniva data alle stampe, per l’editore Vanni Scheiwiller, una delle sue raccolte di versi più importanti, L’Ebreo negro. Ricorrono in alcuni di questi scritti riferimenti al Parasurrealismo, rivisitazione del Surrealismo bretoniano teorizzato e praticato da Adriano ed altri proprio in quegli anni… I testi da me prescelti furono pubblicati in quel triennio sulle riviste “Malebolge”, “Nuova Corrente”, “Il verri”, “Uomini e Idee” e sul periodico di attualità “Tempo presente”.
Un documento che spero fornisca un ulteriore piccolo contributo all’approfondimento delle molteplici radici, non solo filosofico-letterarie, della poetica di Adriano Spatola: Poeta Totale non solo nella scrittura e nelle sue famose performances, ma anche per formazione culturale.
Maurizio Spatola
http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_storici/S00300.pdf?a=5915ee37981ca

Roma. Mostra alla Galleria Mascherino: Tomaso Binga, “Feminist Works ’70-’80”

La Galleria Mascherino inaugura sabato 29 febbraio 2020 della mostra antologica Tomaso Binga: Feminist Works 1970-1980.

L’esposizione ripercorre l’attività dell’artista, performer e poetessa visiva Tomaso Binga e i suoi legami con il pensiero femminista attraverso una vasta selezione di opere appartenenti alle diverse serie da lei realizzate tra l’inizio degli anni Settanta e la metà degli Ottanta: dai Polistirolo alla Scrittura desemantizzata, dalla Scrittura vivente alla Carta da Parato, dal Dattilocodice sino al ciclo di dipinti Biographic. Nella sua ricerca Binga ha sfidato i limiti tra maschile e femminile, tra pratiche dominanti e subalterne, tra la convenzionalità della scrittura verbale e la soggettività del corpo, con l’obiettivo di trasformare le strutture simboliche e sociali della cultura patriarcale. Già nella scelta di adottare uno pseudonimo maschile, in occasione della sua prima mostra personale nel 1971, emerge la volontà dell’artista di denunciare le disparità tra uomo e donna presenti nel sistema dell’arte: “Il mio nome maschile”, scrive all’epoca Binga, “gioca sull’ironia e lo spiazzamento; vuole mettere allo scoperto il privilegio maschilista che impera anche nel campo dell’arte, è una convenzione per via di paradosso di una sovrastruttura che abbiamo ereditato e che come donne vogliamo distruggere”. Da questa consapevolezza Binga dà avvio a un lavoro di decostruzione delle rappresentazioni stereotipate del femminile, a partire dalla serie dei Polistirolo (dal 1971): piccole scatole da imballaggio di polistirolo bianco trasformate in teatrini entro cui l’artista incolla immagini trouveés tratte dal mondo della pubblicità e dei mass-media. Con un’attitudine da bricoleuse, in queste opere Binga demistifica con sguardo ironico la feticizzazione e l’erotizzazione del corpo delle donne, il rapporto tra cultura cattolica e società del consumo, l’interiorizzazione di modelli estetici imposti e omologanti.

A questa fase risale anche la ricerca sulla Scrittura desemantizzata, una scrittura “silenziosa” dove le parole vengono snervate sino a divenire segni grafici illeggibili, che conservano la memoria della scrittura, ma non significano più, evocando i tanti silenzi imposti storicamente alle donne: “La mia è una scrittura subliminale, nel senso che essa agisce (vorrei che agisse) dentro di noi senza essere distratti dal significato corrente delle parole e senza essere frastornati dal suono delle parole stesse: allora si può anche definire una scrittura silenziosa”. Con questa nuova grafia Binga testa il limite tra comunicazione verbale ed espressione gestuale, tra scrittura alfabetica e disegno, ideando una serie di opere tra le più significative del suo percorso, realizzate su carta, come Mettere bianco su nero (1972), Bianco nero con vista (1974), Lettera rossa (1974), Lettera strappata con ardore (1974), o nelle tre dimensioni, come nel caso dello Strigatoio (1974). Quest’ultimo è già all’epoca un oggetto desueto, tradizionalmente usato dalle donne per lavare i panni al fiume, scelto dall’artista sia come simbolo del lavoro domestico non retribuito delle donne, sia come simbolo del rapporto di sorellanza che si veniva a creare al di fuori dello spazio chiuso della casa.

A partire dal 1976 la Scrittura desemantizzata assume scala ambientale nell’installazione Carta da parato, in cui Binga traccia i suoi segni indecifrabili su rotoli di tappezzeria usati per ricoprire le pareti di spazi pubblici e privati: questa importante fase del suo lavoro è documentata in mostra dall’opera Guardo ma non scrivo (1977), dove con un processo di mise en abîme caratteristico delle ricerche di area concettuale del periodo, Binga incolla sulla carta da parati una fotografia a colori incorniciata che la ritrae, di spalle, davanti a un suo precedente lavoro della serie Carta da parato, nel quale, come in un gioco di scatole cinesi, è a sua volta visibile l’immagine dell’installazione da lei realizzata in occasione della mostra collettiva Distratti dall’ambiente (Riolo Terme, 1977).

La Scrittura desemantizzata di Binga, nelle sue varie declinazioni, non agisce soltanto sui limiti tra segno verbale e segno grafico, ma anche sul limite tra la convenzionalità della parola e il suo valore soggettivo, tra il carattere universale e quello personale del linguaggio. Per tale ragione, benché diversa sul piano formale, essa può essere considerata il diretto antecedente delle Scritture viventi, realizzate da Binga a partire dal 1976, in cui l’artista si fa ritrarre nuda, dalla sua amica fotografa Verita Monselles, mentre assume con il proprio corpo la forma delle lettere alfabetiche, lavorando anche in questo caso sulla soglia tra segno linguistico e immagine, tra l’universalità del linguaggio verbale e la singolarità del corpo che, fotografato, conserva i tratti unici della persona. A questa serie appartiene l’opera in mostra intitolata Lettera N come NO (1977), che da un lato richiama il celebre dipinto dei primi anni Sessanta di Mario Schifano e la recente lotta per il referendum abrogativo sulla legge sul divorzio, che nel 1974 aveva visto schierati in prima linea, insieme al Partito radicale, la gran parte dei gruppi femministi italiani, dall’altro, può essere letto come una dichiarazione di rifiuto radicale della cultura patriarcale.

Più vicina alle soluzioni iconico-verbali della Poesia Concreta è l’opera appartenente alla serie Dattilocodice, presentata nell’ambito della Biennale di Venezia del 1978 nell’ormai storica mostra di sole donne Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio, che all’epoca interpreta gli “ideogrammi miniaturizzati” di Binga, creati con la macchina da scrivere sovrapponendo due diversi segni alfabetici, come una forma di “recupero invenzione dell’archetipo linguistico attraverso la tecnologia”. Alla ricerca di un linguaggio più autentico e primigenio, Binga nel Dattilocodice mette in scena un nuovo alfabeto in cui simbolo grafico e icona si mescolano, e che pur realizzato con i mezzi dell’occidente moderno, chiama in causa la qualità originaria e arcaica del geroglifico. Immagine e scrittura tornano a fondersi, con effetti squisitamente pittorici, nella serie Biographic, realizzata a partire dal 1984 ed esposta nel 1985 alla Quadriennale di Roma: in questi quadri di grandi dimensioni Binga si confronta con la pittura, che viene assorbita e si espande sulla trama grossa della tela formando immagini in cui, scrive Binga, “l’archetipo e il futuribile, l’arazzo e il computer, il passato e il presente si mescolano in una sorta di ballata senza fine”. Anche in questo caso, il richiamo alla biografia presente nel titolo serve a creare un ponte tra l’universalità del linguaggio verbale e la soggettività della vita, perché se il personale è politico anche il linguaggio lo è.

In occasione dell’inaugurazione Tomaso Binga terrà una performance fonetica.

TOMASO BINGA: FEMINIST WORKS 1970-1980
Inaugurazione sabato 29 febbraio 2020, ore 18.30
Apertura della mostra dal 3 marzo al 30 aprile 2020  
Galleria Mascherino
Via del Mascherino 24
00193 Roma

www.archiviomauriziospatola.com Corrado Costa ‘Le nostre posizioni’, 1972. Raccolta poetica, edizioni Geiger. Documento on line dal 18 aprile 2011

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Corrado Costa: le nostre posizioni

 

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Come per molti fra coloro che l’hanno conosciuto anche a me parlare di Corrado Costa crea qualche difficoltà: non è facile concentrare in poche righe la sovrabbondanza di ricordi, sensazioni, entusiasmi e irritazioni che la geniale, multiforme e spesso contraddittoria personalità dell’avvocato-poeta reggiano ha lasciato in tutti noi. Il film della sua vita, durata circa 61 anni, girato giorno per giorno, minuto per minuto, anche nei minimi gesti e nei pensieri reconditi, andrebbe rivisto almeno due volte, come amava raccontare lui per il film sulla vita di Lenin (un po’ più breve, per la verità).

L’ho conosciuto nel ’65  a Reggio Emilia, ai tempi di “Malebolge”, e nel corso degli anni successivi ci siamo incontrati innumerevoli volte, presente quasi sempre mio fratello Adriano, con il quale Corrado collaborava in una miriade di iniziative legate al Costa poeta, anche se in qualche occasione di Adriano dovette occuparsi anche il Costa avvocato. La coesistenza di questi due personaggi nello stesso individuo dalla corportatura minuta e dallo sguardo vivace e ironico è mirabilmente raffigurata nella sorta di autobiografia “Corrado Costa sono due fratelli” riportata di seguito (pubblicata come lettera all’editore Vanni Scheiwiller per la seconda edizione del suo Pseudobaudelaire, nel 1986), insieme al testo integrale della raccolta di poesie Le nostre posizioni, pubblicata dalle edizioni Geiger nel maggio 1972. Con questo libro esordiva la nuova collana riportante nel logo l’intero alfabeto inglese, 26 lettere dalla A alla Z (a noi da bambini avevano insegnato che l’alfabeto italiano è composto da 21 lettere, non facendone parte J, K, W, X e Y, che da tempo ne sono parte integrante). In verità di quella edizione qui compaiono soltanto la copertina di Giovanni Anceschi e il suo retro, con una nota critica attribuibile senz’altro, per lo stile, ad Adriano Spatola: le pagine sono invece quelle dell’edizione americana pubblicata nel 1975, con il titolo Our Positions, edita dalla Red Hill Press di John McBride e Paul Vangelisti, autore della traduzione. Due le ragioni pratiche di questa scelta: la possibilità di fornire anche la versione inglese delle poesie di Corrado Costa da un lato; la fragilità del nostro libro a causa di una difettosa legatura, dall’altro.

La foto del poeta è tratta dal volume Le apparizioni dell’uomo invisibile edito da Mazzotta nel 2009 in occasione di una retrospettiva parmense. In coda al libro sono riprodotte le recensioni fatte da Carlo Alberto Sitta per il numero 6/8 di “Tam Tam” del 1973 e da Adriano Spatola per il n. 1 della quinta serie de “il verri” del marzo 1973. La figura e l’opera di Corrado Costa sono ampiamente tratteggiate nel volume antologico The complete films, a cura di Eugenio Gazzola con un dvd a cura di Daniela Rossi (Le Lettere, Firenze, 2007), ma anche in Cose che sono parole che restano, a cura di Aldo Tagliaferri (Diabasis, Reggio Emilia, 1995) e nel bel catalogo Tra poesura e pittrìa edito da Mazzotta nel 1995 in occasione della mostra dedicata al poeta presso la biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, con testo di Renato Barilli.
                                                                                  Maurizio Spatola

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_geiger/G00051.pdf?a=5e56c602ceef9

Los Angeles. Poesia sonora, LP+CD. Adriano Spatola ‘Total Poetry’. “Ionisation and other Sound Poems”

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Realizzato a cura di Giovanni Fontana e prodotto da Sean McCann, è appena uscito in California un disco in vinile con annesso CD in cui sono riprodotti quasi tutti i brani di poesia sonora più famosi di Adriano Spatola negli Anni ’70 e ’80, a cominciare dal notissimo Aviation/Aviateur. In forma purtroppo estremamente ridotta vi compare anche Valse Sabre, un elaborato testo di circa un quarto d’ora che Adriano compose, nel 1985,  con il musicista milanese Giuliano Zosi in occasione del secondo appuntamento delle Rencontres Internationales de Poesie di Cogolin, in Provenza, grande Festival organizzato da Julien Blaine. Qui se ne possono ascoltare poco più di due minuti.
Disco e CD (cui ha collaborato anche il poeta bolognese Gian Paolo Roffi) sono accompagnati da un opuscolo tradotto, in inglese, da Paul Vangelisti.

Per maggiori informazioni:

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La Spezia. CAMeC, “BAU 2004-2020”: contenitore di cultura contemporanea

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In data 21 febbraio 2020 ore 18.00 presso il CAMeC (Centro Arte Moderna e Contemporanea) di LA SPEZIA avrà luogo l’inaugurazione della Mostra “BAU CONTENITORE DI CULTURA 2004 – 2020″ con l’esposizione delle opere presenti nei contenitori BAU dal Numero ZERO al Numero SEDICI ed altro ancora.

Periodo della Mostra: dal 22 febbraio 2020 al 7 giugno 2020

BAU
Via A. Pucci 109
55049 Viareggio
ITALY
info@bauprogetto.net

www.archiviomauriziospatola.com Riappare negli Usa in versione inglese “L’oblò” dimenticato di Adriano Spatola documento online dal maggio 2011

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L'oblò

  Ricomparso negli Usa L’Oblò dimenticato di Adriano Spatola

Per una curiosa coincidenza L’Oblò, il primo e finora unico romanzo di Adriano Spatola (un secondo, Achille, forse rimasto incompiuto, giace in qualche cassetto), pubblicato nelle Comete Feltrinelli nel 1964, è riapparso negli  Stati Uniti in versione inglese 47 anni dopo: e 47 sono gli anni che il poeta aveva al momento della morte, avvenuta nel 1988.

Del romanzo si riproduce qui il primo capitolo sia nell’originale italiano che nella traduzione americana., a cura di  Beppe Cavatorta e Polly Geller. Il primo è anche autore di un’incisiva postfazione. Il libro statunitense, di  112 pagine, è una coedizione  Otis Books di Los Angeles e Seismicity Editions di New York, costa  $ 12,95 e può essere ordinato presso la Small Press Distribution (email: orders@spdbooks.org).

La postfazione di Cavatorta è qui riprodotta nel testo inglese, ma dello stesso autore si può leggere, in italiano, l’articolo che pubblicò su “il verri” n. 25 del maggio 2004, intitolato Rinnegato tra i rinnegati: l’iper-romanzo di Adriano Spatola, da me citato a più riprese nel breve saggio apparso un anno fa sul n. 46 di “Testuale”, che si riprometteva un po’ ambiziosamente di delineare la poetica di Adriano e le sue connessioni etiche e filosofiche. Per non starmi a ripetere ho ritenuto opportuno ripubblicare qui in qualità di presentazione di questo capitolo, la parte di quel testo concernente appunto L’Oblò

 

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 In un suo breve saggio pubblicato nel 2004 su “Il Verri”, Beppe Cavatorta torna a parlare dell’ “iper-romanzo” dimenticato di Adriano, quell’Oblò che 40 anni prima aveva suscitato reazioni contrastanti nella critica, fra calorosi incoraggiamenti e aspre stroncature.

Fra i suoi detrattori si distinsero Geno Pampaloni e soprattutto Giancarlo Vigorelli, che definiva l’autore uno “scrittore svitato” con il quale “il romanzo d’avanguardia ha toccato il fondo”. Consensi vennero da Angelo Guglielmi e da Giuliano Gramigna, che sulle colonne del “Corriere” plaudiva al “tentativo di purificare il romanzo dalla mercificazione cui è stato ed è sottoposto”, tramite l’uso ironico del linguaggio di “giornali, fumetti, televisione, radio, film dell’orrore, strip-tease, varietà, romanzi di fantascienza e neri, discorsi politici fatti sul sagrato o nei salotti per bene.”

In precedenza anche Arbasino e Sanguineti, con loro prove narrative, avevano già dato una spallata allo stile neorealista: qual era dunque la novità nella scrittura di mio fratello? A giudizio di Cavatorta “Il romanzo si presenta come una struttura fluida in cui i materiali si muovono ignari di costrizioni di carattere spazio-temporale … La facile assunzione di trovarsi davanti a una mera operazione di collage risulta essere più ipotetica che reale: nonostante l’ idea possa apparire plausibile, viste le sperimentazioni spatoliane nella sfera poetica, ci troviamo davanti a tutt’altro tipo di manipolazione del testo.” Adriano stesso, in una intervista del 1980, nel differenziare la struttura de L’Oblò da quella di un testo assimilabile (Centuria di Giorgio Manganelli, scrittore da lui stimatissimo) parla di “stratificazione” casuale di cinquanta romanzi intersecantisi, con “cose insensate di tipo rabelaisiano [ …] insomma un pastiche letterario molto più denso e soprattutto non voluto; un pastiche letterario quasi violento”. Aggiunge Beppe Cavatorta: “l’ingrediente, non esplicitamente rilevato nell’ elemento paratestuale, ma che dà vita alle singole parti del romanzo, riportandole a un’unità forte, ma che ancora non consente vita facile al lettore, è quel surrealismo a cui il primo Spatola si richiama continuamente …

Al di là delle analisi filologiche e sui tecnicismi linguistici, il romanzo ripropone tematiche profondamente etiche, cui fa evidente riferimento la frase di Robert Musil posta in esergo: “idealità e morale sono i mezzi migliori per colmare il gran buco che si chiama anima”. Non a caso, a mio parere, Ulrich (il protagonista de L’uomo senza qualità) e Kowalski (l’adulto tornato adolescente del Ferdydurke di Witold Gombrovicz) osservano il mondo, lo scorrere degli avvenimenti e delle ideologie con lo stesso occhio a un tempo disincantato e angosciato del Guglielmo protagonista de L’Oblò. E Adriano aveva tratto forte ispirazione anche da questi due scrittori.

I temi etici in questione erano legati anche agli eventi storici politici e sociali dell’epoca, con le loro connessioni alla rapida e apparentemente incontrollata evoluzione scientifica. Adriano aveva già mandato evidenti segnali dei suoi dubbi, non di rado angosciosi, con poesie come Una gita Spoon River e Alamogordo 1945  e anche in seguito insisterà su questo nodo per lui cruciale, in testi come Sterilità in metamorfosi, L’Ebreo Negro e Il boomerang. Ancora oggi trovo inquietanti queste parole, a pag. 139 de L’Oblò: “E Fermi svenne due volte. Apocalisse, che strano pensiero in questa giornata di sole. Perché dovremmo avere paura? L’unica mia paura è di essere un profeta veritiero. E un tormento scrivere a macchina: la mac­china da scrivere trema: tremano le mani: tremano i tasti su cui le mani battono con quattro tre due cinque tre quattro dita contemporaneamen­te: trema l’immacolato foglio che il sussultare della lampada copre di ra­pidissime ombre: tremano i vetri della serrata finestra. Perché dovrem­mo avere paura? Nel buio Guglielmo balbettava:’In tutto questo c’è una cosa pienamente valida: l’unica mia paura è di essere un profeta ve­ritiero. E se tremo tremo perché la terra mi trasmette il suo tremito’”
Maurizio Spatola

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_worksand/W00053.pdf?a=5e45a912c0e8e

Milano. In ricordo di Carla Roncato mostra allo Scoglio di Quarto

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Ospitata da Scoglio di Quarto, Spazio d’arte a pochi metri dalla Derbylius, si è svolta
nei giorni scorsi una mostra dedicata a Carla Roncato, ideata e curata da Gianni Gangai, che ha coinvolto diversi artisti, Liliana Ebalginelli tra gli altri,  che hanno collaborato con lei nei suoi ultimi anni di attività alla Derbylius

Per l’occasione è stato presentato un libro della collana Arte prioritaria, Scoglio di Quarto edizioni, contenente foto delle opere in  mostra, scritti e interventi di Roberto Borghi, Gabriella Brembati, Cristina Burelli, Marco Carminati, Evelina Carrara, Francesco Clivio, Gianni Gangai, Anna Lambardi, Lucia Marsala, Barbara e Giulio Meoni, Davide Nuti, Sonia Puccetti Caruso, Stefano Soddu, Francesco Tedeschi