Milano. Casa della Poesia, incontro: Michelangelo Coviello e Angelo Lumelli “La primavera fa ridere i polli”

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giovedì 30 marzo ’17, ore 19:30 – LABORATORIO FORMENTINI
L’improvvisazione, tra flusso di coscienza, scrittura automatica e jazz
a cura di Tomaso Kemeny

A partire dal libro “La primavera fa ridere i polli” (ed il verri) di Michelangelo Coviello, l’autore discuterà con Angelo Lumelli intorno alla pratica della scrittura tra improvvisazione, ritmo sonoro, figure dell’ironia e sviluppo tematico..

nuova sede in via Formentini 10 – ingresso libero

La Casa della Poesia di Milano
web: http://www.lacasadellapoesia.com
e-mail: segreteria@lacasadellapoesia.com

Come raggiungere con i mezzi pubblici via Formentini 10 – Milano:
Metro: M2 Lanza, M3 Montenapoleone, M1 Cordusio
Tram: 2, 4, 12, 14
Autobus 57, 61

www.archiviomauriziospatola.com: Ferdinando Albertazzi, prosa surrealista “Botanybotanybay” (Sampietro, 1965) prefazione di Adriano Spatola

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Il “Surrealismo fiorito” di Ferdinando Albertazzi
Botanybotany bay (Sampietro Editore, Bologna 1965) 

  Ho già avuto occasione di ricordare in questa sede l’importante ruolo svolto a Bologna, nella seconda metà degli Anni Sessanta, del giovane e coraggioso editore Enrico Riccardo Sampietro, il cui impegno a favore degli autori della Neoavanguardia letteraria e della rivisitazione di scrittori fra Rinascimento, Barocco e Ottocento, considerati precursori dello Sperimentalismo, venne interrotto dalla tragica morte che lo colse non ancora quarantenne: vedi in particolare in questa sezione al punto 9, ma anche ai punti 7, 10 e 14.

Le collane dedicate agli “antenati” (dove spiccano nomi come Pietro Aretino, Domenico Batacchi, il Marchese De Sade, Lautréamont) si aggiunsero in seguito, ma in quel 1965 che costituì l’anno di esordio del battagliero Sampietro come editore d’avanguardia uscirono l’uno dopo l’altro libri che avevano per autori giovani e giovanissimi esponenti di quella galassia di ricercatori di nuovi linguaggi poetici e narrativi creatasi dopo l’esplosione del Gruppo 63. Fra questi l’allora ventunenne studente di fisica bolognese Ferdinando Albertazzi, coinvolto l’anno prima da Adriano Spatola nell’avventura della rivista reggiana “Malebolge” e in quel curioso tentativo di recupero del Surrealismo che Giorgio Celli, Corrado Costa e lo stesso Adriano avevano definito “Parasurrealismo” (vedi nel sito nella sezione “Archivio” ai punti 5 e 11).

Proprio seguendo quell’onda Albertazzi aveva scritto il racconto Botanybotanybay, con una struttura narrativa ed un linguaggio che nella sua nota critica, leggibile sul risvolto di copertina, mio fratello definì “surrealismo fiorito”, riferendosi, con audace parallelo alle evoluzioni in architettura dal gotico al gotico fiorito, per tratteggiare la “necessità” del ricorso alla categoria del Grottesco. Fu proprio Adriano, nel frattempo divenuto a soli ventiquattro anni direttore editoriale dell’intraprendente Sampietro, a suggerire la pubblicazione del racconto di Albertazzi: le circostanze in cui il giovane venne a contatto con il vulcanico Sampietro sono da lui stesso raccontate nella testimonianza, qui riprodotta in chiusura del documento, che scrisse nel 2012 per il catalogo della mostra “Tre editori storici d’avanguardia” (imperniata sulle figure di Sampietro e Spatola), organizzata a Bologna per iniziativa del designer Maurizio Osti.

Subito dopo la laurea Ferdinando Albertazzi si trasferì a Torino, dove vive tuttora, dedicandosi all’insegnamento e ampliando il suo percorso letterario alla narrativa e saggistica per l’infanzia e per ragazzi, con all’attivo un gran numero di pubblicazioni, mentre proseguiva un’intensa attività di critico letterario, in particolare sul supplemento “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa”. Ancora contrassegnati dalla prossimità con la Neoavanguardia e i suoi prodromi sono il romanzo Anfesibena Safari (Feltrinelli, Milano 1968), le traduzioni delle poesie di Lautréamont, sempre per Sampietro, de L’amour fou di Breton per Einaudi (Torino 1974) e l’interessante antologia critica Breton, un uomo attento (Longo, Ravenna 1971), in cui ha raccolto interventi sul padre del Surrealismo firmati fra altri, da Celli, Costa, Spatola, Tola, Bedouin, Mandiargues, Soupault.

Il documento su Botanybotanybay, integralmente riprodotto, si apre con una nota biobibliografica sull’autore, una sua recente foto e la divertente voce su se stesso stesa nel 1989 in stile fiabesco (da scrittore per ragazzi) rispondendo all’invito di Felice Piemontese per l’Autodizionario degli scrittori italiani edito da Leonardo, opera cui ho più volte attinto e a cui spero di attingere ancora.
Maurizio Spatola

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_storici/S00297.pdf?a=58d65c17ad208

Modena. Palazzo Santa Margherita: “Alfabeta 1979-1988, prove d’artista”

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LuigiMalerba(0)

Alfabeta 1979-1988

Sabato 25 marzo alle 18.00 inaugura nelle Sale superiori di Palazzo Santa Margherita la mostra Alfabeta 1979-1988. Prove d’artista nella collezione della Galleria Civica di Modena.

L’esposizione, realizzata anche grazie alla collaborazione di Fondazione Mudima, Milano, è dedicata alle 66 Prove d’artista realizzate da 49 autori per la storica rivista di informazione culturale “Alfabeta” tra il 1983 e il 1988.

Il nucleo di opere su carta (composto da disegni, collage, grafiche e fotografie), tra i primi ad entrare a far parte della collezione della Galleria Civica di Modena sul finire degli anni Ottanta, in seguito alla chiusura del mensile, si presenta come un prezioso e raro spaccato di quello che è stato un fenomeno culturale importante, mosso dallo spirito della neoavanguardia.

Pubblicata a Milano dal 1979 al 1988, su iniziativa del comitato di redazione composto da Nanni Balestrini, Maria Corti, Gino Di Maggio, Umberto Eco, Francesco Leonetti, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Gianni Sassi, Mario Spinella e Paolo Volponi, “Alfabeta” era l’espressione di un gruppo di intellettuali diversi per formazione e interessi personali, accomunati dall’attiva partecipazione al discorso culturale, sociale e politico degli anni Sessanta e Settanta, e successivamente uniti nella riflessione sul come poter svolgere il proprio ruolo nella società “ideologicamente confusa” dei primi anni Ottanta.

Le prove d’artista iniziano a comparire sul mensile a partire dal numero 44, del gennaio 1983, con un disegno di Fausto Melotti. Gli oltre sessanta interventi artistici successivi costituiranno via via una vera e propria rubrica, affidata al lavoro di artisti, scrittori e poeti, anche molto diversi tra loro per generazione (autori storici, nati a partire dall’inizio del Novecento, fino ai più giovani nati negli anni Cinquanta), per stile (dall’Arte povera all’Informale, dalla Op-art alla poesia visiva) e linguaggio: artisti differenti votati alla scultura, all’installazione, al disegno, alla grafica o al design come Enrico Baj, Alighiero Boetti, Eugenio Carmi, Emilio Isgrò, Ugo La Pietra, Alessandro Mendini, Claudio Olivieri, Concetto Pozzati, Toti Scialoja, William Xerra, tra gli altri, insieme a esponenti del Gruppo 63 come Luigi Malerba o Gianfranco Baruchello.

In mostra, oltre ai disegni pubblicati, saranno esposte anche le Prove inedite, insieme a video-testimonianze di alcuni dei protagonisti di quel momento e a numeri della rivista consultabili in formato digitale.

I 66 lavori acquisiti dalla Galleria Civica nel 1989, grazie al sostegno del CME Consorzio Modenese Edili ora CME Consorzio Imprenditori Edili Soc. Coop. (www.cmeconsorzio.it), fanno parte della Raccolta del disegno avviata nel 1988 da Flaminio Gualdoni, allora direttore dell’Istituto. Un patrimonio che, tra acquisizioni e comodati, conta oggi oltre 4000 fogli di autori contemporanei a testimonianza della cultura disegnativa italiana del XX secolo.

In mostra opere di:

Rina Aprile, Enrico Baj, Paolo Baratella, Gianfranco Baruchello, Alighiero Boetti, Anna Valeria Borsari, Eugenio Carmi, Giovanni Carta, Tommaso Cascella, Loriana Castano, Pietro Coletta, Giovanni D’Agostino, Dadamaino, Sergio Dangelo, Piero Del Giudice, Lucio Del Pezzo, Beppe Devalle, Piero Dorazio, Gillo Dorfles, Pablo Echaurren, Omar Galliani, Piero Gilardi, Gianpaolo Guerini, Emilio Isgrò, Ugo La Pietra, Alberto Magnaghi, Luigi Malerba, Enzo Mari, Giuliano Mauri, Fausto Melotti, Alessandro Mendini, Aldo Mondino, Claudio Olivieri, Giulio Paolini, Gianfranco Pardi, Goffredo Parise, Claudio Parmiggiani, Luca Patella, Concetto Pozzati, Carlo Ramous, Liberio Reggiani, Marco Nereo Rotelli, Toti Scialoja, Loreno Sguanci, Giuseppe Spagnulo, Aldo Spoldi, Emilio Tadini, Grazia Varisco, William Xerra.

Accompagna la mostra un catalogo edito da Fondazione Mudima, con testi di Francesca Mora e Mario Bertoni, e una testimonianza di Flaminio Gualdoni, oltre alla riproduzione delle opere esposte in mostra.

Tipo di evento Mostra
Periodo 25/03/2017 al
07/05/2017
Sede PALAZZINA DEI GIARDINI
Inaugurazione 25 marzo ore 18.00
A cura di Francesca Mora
Organizzazione e produzione Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
in collaborazione con Fondazione Mudima
Preview per la stampa 23 marzo, ore 11
Orari mercoledì-venerdì 10.30-13.00 e 16.00-19.30; sabato, domenica e festivi 10.30-19.30. Lunedì e martedì chiuso.
Ingresso libero
Informazioni Galleria Civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena
tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932
http://www.galleriacivicadimodena.it
Museo Associato AMACI
Ufficio Stampa Pomilio Blumm
Irene Guzman tel. +39 349 1250956, email irene.guzman@comune.modena.it
immagini e comunicati scaricabili al sito http://www.galleriacivicadimodena.it

didascalia immagine: Luigi Malerba, Profili, 9/2, 1985, pennarello e inchiostro su carta, 147 x 209 mm, Collezione Galleria Civica di Modena

 

Albissola (SV). Mostra a Pozzo Garitta: opere lignee di Edgardo Horak

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“….e le opere di Edgardo Horak non nascono solo dalla sua passione per il lavoro, dalla sua fantasia, dalla sua conoscenza di uomini e cose, ma anche da quel rispetto, da lui profondamente sentito, per tutto ciò che la Natura ci ha regalato e ci regala. Anche se si tratta solo di una radice abbandonata in un bosco, sulla riva del mare o di un frammento di legno contorto….”
Emiliana Mongiart

Camo (CN). Otto fotografe si raccontano al Museo a Cielo Aperto

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 SIG.RA KRUNZ LA SMETTA DI GIOCARE CON QUEI FIORI
open: 25 marzo 2017 h. 17.30 PINACOTECA CIVICA CAMO (CN)
end: 25 aprile

a cura di Claudio Lorenzoni /
testo: Francesca Marica /
Elaborazione grafica: Alberto Selvestrel 

INFO: 0141840100 / COMUNE.CAMO@LIBERO.IT / WWW.MUSEOACIELOAPERTODICAMO.IT

Sono una donna
e celebro ogni piega del mio corpo
ogni piccolo atomo che mi forma
dove navigano i miei dubbi e le mie speranze
Tutte le contraddizioni sono meravigliose
perché mi appartengono
Sono una donna e accolgo con favore ogni arteria
dove imprigiono i segreti della mia stirpe
e tutte le parole degli uomini sono nella mia bocca
e tutta la saggezza delle donne è nella mia saliva.
[Mikeas Sànchez, Uno, da Mojk’jäyä-Mokaya]

Ho intonacato i quattro muri in bianco
attorno ci ho messo uno schianto
di fiori, un sussurro di piante.
All’interno velluti
odore arso di arance.
E, appena finita la casa,
ne sono sgusciata da un fianco.
[Daria Menicanti, Casalinga, Ma, da Poesie per un passante]

Il mio potere di donna consiste nel definire me stessa e non farmi definire dall’esterno – Audre Lorde [così rispondeva ad una giornalista che le chiedeva di definirsi].

[…] Non mostratemi rane e serpenti
Aspettandovi che io urli
Se mi spavento
Lo faccio solo nei miei sogni
Ho un incantesimo
Nascosto nella manica,
Posso camminare sul fondo del mare
Senza bisogno di respirare
La vita non mi spaventa per niente
Per niente. Per niente
La vita non mi spaventa per niente
[Maya Angelou, da La vita non mi spaventa per niente]

Una premessa poetica per introdurre questa collettiva tutta al femminile. I versi delle quattro poetesse scelte si legano in qualche modo alla sensibilità delle artiste esposte. Alla poesia l’arduo compito di introdurre dunque il progetto, raccontando sì, ma, senza svelare troppo.  Perché la poesia è sempre una buona bussola per orientarsi nel mondo. E dentro le mura di questo progetto fotografico la poesia respira profondamente e prende dimora in ogni singolo scatto.
Comincio col dire che è un progetto fotografico a cui non si può rimanere indifferenti questo. È un progetto che smuove, che si infiltra, che si appropria di ogni anelito. È un progetto che parla.
Non aspettatevi nessun manuale di istruzioni per l’uso, però. Non sarei in grado di elaborarne uno credibile e valido. Non credo di essere la persona giusta per quel tipo di compito. Non aspettatevi nessun manuale per orientarvi tra gli scatti delle otto artiste selezionate. L’orientamento del resto non è neanche detto che in casi come questo serva. Sono convinta che l’arte non vada spiegata ma respirata, percepita, sedimentata, introitata. E ognuno lo deve fare con i suoi tempi, i suoi modi, la sua sensibilità, la sua consapevolezza. Niente istruzioni quindi ma solo qualche spunto di partenza su cui riflettere insieme.
Come in un allestimento teatrale minimo e essenziale, in questa collettiva, al centro di un ideale palcoscenico, si collocano otto donne che coraggiosamente hanno accettato la sfida di raccontare e raccontarsi, scavandosi dentro, talvolta anche dolorosamente, fino a vomitare fuori la loro essenza più vera. Otto donne, e cioè: Federica, Anna, Trish, Elisabetta, Irene, Nicoletta, Birgit e Francesca.

8 donne diverse per età e ricerca visiva.

8 donne anche geograficamente distanti.

8 donne con un bagaglio di vita non necessariamente simile ma con una stessa attitudine, uno stesso sguardo sul mondo, uno stesso modo di sentire.

volti. metamorfosi. mondi.

sublimazioni.

8 sogni.

8 cuori che hanno usato la fotografia per disegnare la geografia del loro (e del nostro) presente, rivisitando il passato e guardando al futuro.

8 storie fatte di scambi, appartenenze, bivi e incroci.

8 partenze, 8 ritorni e 8 flashback.

8 caratteri (artistici) incondizionati. 8 vite [e ognuna con una precisa cifra dello stare nel mondo].

8 temi e nessun tema.

8 orizzonti designati. 8 temperamenti.

immaginari in prospettiva. 8 mondi in divenire.

Otto donne. Ma farne una questione (solo) di genere sarebbe troppo semplice, troppo riduttivo e anche troppo (e profondamente) ingiusto.
In principio, doveva essere l’importanza delle piccole cose. La collettiva fotografica doveva parlare di quello.
Poi un incontro casuale del curatore con il libro di Leonetta Bentivoglio su Pippo Delbono e i suoi corpi senza menzogna. I/corpi/senza/menzogna: ovvero, un amore e una folgorazione a prima vista. E in un attimo, tutte le carte in tavola sono state scompaginate e il pensiero ha rincorso un’ideale signora Krunz ([…] sig.ra Krunz/ la smetta di giocare/ con quei fiori […]).Come spesso accade, ciò che doveva essere non è stato ma si è evoluto, trasformato, arricchito. L’importanza delle contaminazioni e delle folgorazioni guidate dal caso – direbbe qualcuno.
Alle otto artiste invitate al progetto fotografico è stato quindi chiesto, non senza una dose di spregiudicata imprudenza, di mettersi a nudo. Di spogliarsi e raccontarsi mettendo al centro del loro monologo, il proprio corpo.
Un corpo il più possibile destrutturato: non sorretto da maschere, non alimentato da pudori, non ingabbiato dentro inutili e anacronistiche ipocrisie. Alle artiste è stato chiesto di essere quanto di più lontano possibile dalla signora Krunz, insomma. Alle artiste è stato chiesto di prestare orecchio per potersi ascoltare meglio. E loro lo hanno fatto. Indubitabilmente.
Il corpo, è l’Io narrante di questa mostra.
Come un moderno Virgilio, il corpo di ciascuna delle otto artiste, ci prende per mano fino a mostrarci dove la carne finisce per incontrare lo spirito.  Otto artiste. Otto corpi. Otto storie.
Negli scatti non troverete mai due volte lo stesso corpo. Ci sono corpi che danzano. Corpi che ammutoliscono, e talvolta restano immobili. Corpi che gemono. Corpi feriti, morti ma inaspettatamente resuscitati. Corpi ribelli che scalpitano ma non si piegano. Corpi che pongono domande e spesso non sanno rispondere se non attraverso i perchè. Corpi alienati. Corpi abusati. Corpi rifugio. Corpi che abbracciano. Corpi che accarezzano. Corpi che seducono. Corpi erotici. Corpi delusi. Corpi oltraggiati. Corpi (di)svelati.
Ognuna delle otto artiste ha portato in scena il proprio mondo.

Federica, la più giovane delle artiste selezionate, a dispetto dell’età tradisce una maturità non comune. Le piace Vivian Maier, la bambinaia fotografa a sua insaputa. E come Vivian, lei è accuditiva e pronta a farsi carico del benessere di chi la circonda, proteggendo chi ama. Un rapporto speciale con gli specchi il suo. E un amore incondizionato per la sorella e il nonno, spesso protagonisti delle sue inquadrature.

Anna, è passione e dolore. Puro travaglio interiore. Tutto diventa quasi votivo e sacrificale nei suoi scatti. Spesso si rimane spiazzati davanti alla evidente commistione tra sacro e profano con cui si fa portatrice di una critica aspra e pungente verso una società sorda al dolore dei più indifesi. Lei vuole scuotere, e anche scandalizzare se questo può essere utile per aprire il velo di indifferenza delle nostre addormentate coscienze. Il corpo, il mare, le bambole: la sua narrazione spesso si articola attraverso questi tre elementi solo all’apparenza distanti e disomogenei.

Trish, è femmina che seduce. Ha un viso da bambola, una dolcezza antica nei lineamenti e una luce che arriva da lontano. C’è un dolore in lei. E le persone che portano addosso un dolore vanno avvicinate con prudenza come scriveva l’adorata Emily Dickinson in uno dei suoi più noti sonetti “Ad un cuore spezzato nessun cuore si volga se non quello che ha l’arduo privilegio d’avere altrettanto sofferto”.

Elisabetta ha occhi che sanno scrutare a fondo. Specializzata in ritratti, è nell’incontro con l’altro che riesce a dare il meglio di sé. Teatrale, scenica. I suoi scatti mi hanno fatto pensare a una frase del grande Jeanloup Sieff, sono fotogeniche le persone abitate, quelle vuote non lo sono (e lei questo segreto del grande Maestro lo deve aver compreso già da molto tempo). Presenta un progetto in cui la natura e l’uomo non hanno un rapporto di potere/dominazione ma interagiscono in armonia con forme e intensità poetiche. I suoi sono scatti analogici senza alcun ritocco digitale, che segnano un ritorno all’essenziale, alla purezza.

Irene è femmina di denuncia sociale, capace di imbastire la tela di un racconto partendo da un attento sguardo sulla sofferenza del mondo. Attenta ai dettagli, alle fessure tra le cose, agli spazi apparentemente vuoti e dimenticati. Lei sa che esiste una bellezza particolare nella polvere che il tempo disperde. Perché il tempo può anche sfuggire ma il segno del tempo rimane. Sempre. La sua ricerca è rivolta principalmente al tema dell’identità e i suoi progetti seguono spesso lunghi processi d’indagine anche attraverso progetti comunitari sul territorio (Sri Lanka, Senegal e Bosnia tra le altri).

Nicoletta, l’artista anagraficamente più matura, è pura potenza espressiva. Passione che scalpita. A tratti metafisica, essenziale asciutta. A tratti sontuosa e quasi barocca. Racconta all’interno di questo progetto un momento particolare della propria vita e testimonia col proprio lavoro che spesso è proprio dalle crepe dell’esistenza che riesce a filtrare una nuova luce che tutto illumina. Brandendo nell’aria il dito indice sembra volerci ammonire: Mettetevelo bene in testa, un nuovo inizio, una nuova consapevolezza sono sempre possibili.

Birgit, è femmina di rottura. Divisa tra fotografia e pittura, si presenta onirica e gotica insieme. Sfugge alle catalogazioni. Apparentemente schiva, anche negli scatti si lascia avvicinare con riserva. Scrive con le immagini la propria autobiografia, affrontando temi considerati cari al genere femminile. Ma lo fa in maniera mai banale, sposando un punto di vista insolito e inconsueto ma sempre coraggioso e coerente con le premesse da cui muove.

E poi c’è Francesca che ama la fotografia in modo alternativo: ovvero la taglia, la spezzetta, la assembla fino a crearne collage. Lei presenta un progetto dedicato al mondo dei Giovani Adulti (The Young Adult). Un progetto molto intimo e femminile, che narra la rappresentazione di sogni e l’appartenenza a mondi, scambi, volti. Al centro della sua narrazione: la memoria. Attraverso il recupero di vecchie fotografie di quando aveva vent’anni (e voleva fare la fotografa), l’artista ci introduce nell’affascinante mondo dei Giovani/che stanno per diventare/Adulti illustrandoci la complessità e la bellezza di quell’età di cambiamento e confine.

Otto donne e otto mondi quindi. Otto percezioni. Otto sentimenti. Otto storie da ascoltare e fare proprie.

 

 

 

 

 

 

Roma. Relazione fra arte e scienza: presentazione “Nodes” n°. 7-8

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Numero Cromatico, Centro di ricerca sulla relazione tra arte e scienza,
mercoledì 22 marzo, dalle ore 21:00, nella sua sede di Via Carlo Caneva 60 a Roma,
dedica un’intera serata al nuovo volume della rivista nodes.

Cos’è nodes?

nodes è un periodico semestrale d’indagine sulla contemporaneità a carattere scientifico-culturale, stampato in copie numerate. La rivista è concepita come contenitore di analisi, proposte d’avanguardia, riflessioni sulla cultura contemporanea e spazio di confronto delle teorie più avanzate esteticamente.
nodes raccoglie articoli scientifici, osservazioni sulla realtà, sperimentazioni, ipotesi e teorie, prodotti dall’attività del centro di ricerca.
nodes propone articoli e interventi di rilevanti scienziati, ricercatori, filosofi ed artisti internazionali. Inoltre, ripubblica testi, manifesti ed opere considerati punti di volta per la cultura del Novecento.

www.nodesmagazine.com

 

Numero Cromatico

info:
numerocromatico@gmail.com

Numero Cromatico
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