www.archiviomauriziospatola.com, news Omaggio a Milli Graffi (1940-2020) Mille graffi e venti poesie (Geiger, 1979)

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I Mille Graffi di Milli Graffi (Geiger,1979). Nota di Guido Guglielmi

All’inizio del giugno scorso si è spenta la voce di Milli Graffi, poetessa a tutto campo, scrittrice, critico letterario e per oltre venticinque anni direttrice dell’autorevole periodico letterario “il verri”, fondato nel 1956 dal docente di Estetica Luciano Anceschi che ne sarebbe stato il direttore sino a poco prima della morte avvenuta nel 1995. Del Professor Luciano, Milli era divenuta nuora, avendone sposato il figlio Giovanni, designer e traduttore dal tedesco: sua la versione italiana, edita da Bompiani, del fondamentale saggio Aesthetica, opera del semiologo Max Bense, principale teorico della Poesia concreta. Dalla loro unione sono nati due figli, Barbara e Valerio. Sin dagli Anni Sessanta Milli aveva cominciato a scrivere articoli e recensioni apparsi su “il verri” e su altre riviste letterarie: tra queste “Tam Tam”, creata e diretta dagli amici Adriano Spatola e Giulia Niccolai, con sede nell’isolato casale di Mulino di Bazzano e della cui redazione facevano parte anche Milli e Giovanni (autore della grafica di copertina).

Donna colta, intelligente e spiritosa, Milli Graffi aveva un carattere forte, a volte anche spigoloso, spingendo talora l’ironia fino al sarcasmo con battute taglienti ed efficaci, non sempre perdonate dai bersagli, ma era anche generosa e capace di gesti di vera amicizia. Ne ricordo uno in particolare, nei miei confronti, che mi commosse. Nel giugno 2011 eravamo entrambi invitati a un piccolo incontro letterario presso la biblioteca Feltrinelli di Parma, organizzato dall’infaticabile Daniela Rossi. Poco tempo prima avevo detto per telefono a Milli che mi mancavano gran parte dei numeri de “il verri” da lei diretto, mentre ne avevo molti di quelli precedenti. Lei prese nota dei numeri che mi mancavano e arrivò a Parma in treno con una grossa borsa contenente una trentina di numeri della rivista, cosa di cui le fui molto grato.

La prima raccolta di versi di Milli Graffi fu pubblicata nel 1979 dalle Edizioni Geiger, con una nota di Guido Guglielmi e un titolo, Mille graffi, denotante a un tempo autoironia e proclamazione d’intenti. Versi in gran parte impregnati del gusto del nonsense, di cui Milli era particolarmente appassionata, al pari dell’amica Giulia Niccolai. Negli anni seguenti Milli pubblicò altre raccolte di poesie con diversi editori, dei quali si troverà riscontro nella biografia. La riproduzione integrale di Mille graffi costituisce l’oggetto di questo documento, insieme con due recensioni apparse in periodi diversi e firmate da personaggi autorevoli molto differenti fra loro, quali Vincenzo Accame e Giuliano Gramigna. Il primo esamina l’opera della Graffi dal suo punto di vista di poeta visivo militante e teorico della poesia simbiotica, il secondo lo analizza con gli strumenti del critico letterario esperto, avendo esercitato a lungo questo mestiere sulle pagine letterarie del “Corriere della Sera”. Ho tratto l’intervento di Gramigna dal numero triplo a lui dedicato tra il 2007 e il 2008, dopo la sua morte, dalla rivista “Testuale”, da lui fondata nel 1983 insieme con Gio Ferri e Gilberto Finzi: scomparso due anni fa anche Gio Ferri, “Testuale” ha cessato le pubblicazioni. Conclude il documento uno scritto di Milli su Antonio Porta comparso postumo nell’ultimo numero de “il verri” pubblicato nell’ottobre scorso.

Per oltre cinquant’anni Milli Graffi è stata molto attiva e presente in parecchie iniziative legate alla poesia e all’arte d’avanguardia. La si poteva incontrare a convegni, presentazioni di libri, mostre, incontri e festival di poesia, anche internazionali: una delle sue due foto, inserite nel documento, la ritrae mentre recita con pathos suoi versi nel corso di una delle Edizioni di “Milano-poesia” alla Rotonda della Besana, presente anche il sottoscritto.
Ciao Milli,

Maurizio Spatola 

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_protagonisti/P00326.pdf?a=604bafbe01e9d

8 Marzo, omaggio a tutte le donne meritevoli di un grazie e di sostegno

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Condivido sin dai miei lontani vent’anni le lotte e l’impegno delle donne per ottenere una completa parità di diritti, considerazione e trattamento economico con gli uomini, sul piano sociale e professionale. Nonostante l’approvazione di tante leggi in proposito, le cose non sono cambiate nella mentalità di molti maschi ma anche di molte donne. Come si dice sempre è necessaria una maturazione culturale: speriamo bene! Come dedica a questa giornata ho scelto, con l’aiuto di Monica Olivieri, mia collaboratrice, questa breve poesia di Emily Dickinson, tratta dall’edizione Savelli del 1976, a cura di Barbara Lanati e con prefazione di Rossana Rossanda, entrambe femministe doc. (M.S.)

 

 

www.archiviomauriziospatola.com “Pseudobaudelaire” di Corrado Costa poesie, Scheiwiller editore, 1964 documento online dal 14 luglio 2011

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Corrado Costa, Pseudobaudelaire (Scheiwiller, 1964)

  Quasi con sorpresa mi sono reso conto che di Corrado Costa lo scorso inverno ricorreva il ventesimo anniversario della morte. Era nato il 9 agosto 1929 a Mulino di Bazzano, nel magico casale che negli Anni Settanta fu teatro delle gesta dei poeti di “Tam Tam” in quell’avventura letteraria, coordinata da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, che è stata definita la “Repubblica dei poeti”, alla quale Corrado partecipò attivamente. E se n’è andato il 9 febbraio 1991, stroncato da un malore mentre si trovava da solo nel suo studio di avvocato, a Reggio Emilia: esattamente un mese dopo la scomparsa di una poetessa bolognese a lui cara come a tutti noi, Patrizia Vicinelli.

  Del multiforme genio letterario e artistico che è stato Corrado Costa si è detto e scritto molto, anche se forse non abbastanza. Spirito ironico e irriverente, per lui si sono usate locuzioni come “saltimbanco dell’anima” e “lunare funambolo della parola” . Era un vero animale da palcoscenico, abilissimo nel declamare i suoi recitabilissimi (e spesso divertenti) versi e testi in prosa, superbo padrone delle tecniche surrealiste che prediligeva e degli umori patafisici che lo ispiravano, amante del paradosso qual era. Sorretto da mimica facciale, gestualità e facilità di parola che gli venivano anche dalla professione di penalista, sapeva catturare in modo irresistibile  l’attenzione del pubblico di piccoli teatri, librerie, gallerie d’arte o dei salotti che frequentava. Ottimo disegnatore, si divertiva anche a illustrare libretti suoi o di qualche amico.

  Ma è il Corrado Costa poeta che viene proposto in questa occasione, con la riproduzione integrale della sua prima raccolta ufficiale di versi, Pseudobaudelaire,  pubblicata da Vanni Scheiwiller nel 1964, nella collana “All’Insegna del Pesce d’oro”. Non possedendo quella prima edizione ho utilizzato la successiva, edita nel 1986 con l’aggiunta di una “Lettera all’Editore” che chiarisce molte cose sull’idea di poesia e dell’essere poeta che lo caratterizzava.  Questa copia mi fu regalata, con un mio gustoso ritrattino eseguito con pochi tratti di penna stilografica, come dedica, da Corrado stesso a Torino in un  momento conviviale a casa del poeta-pittore  Sergio Cena. La foto che segue è di Antonio Ria. Il testo di Nanni Balestrini  dedicato a Corrado Costa è tratto dal volume The Complete Films, ampia antologia di scritti del poeta reggiano a cura di Eugenio Gazzola (con un dvd a cura di Daniela Rossi), edito da Le Lettere di Firenze nel 2007.  A concludere la recensione a Pseudobaudelaire firmata da Adriano Spatola  sul numero 18 de “il verri” del 1964 e l’articolo di  Alfredo Giuliani apparso su “la Repubblica” tre giorni dopo la scomparsa dell’amico.

  In questo sito compare già, nella sezione Edizioni Geiger al punto 4 la raccolta di poesie Le nostre posizioni del 1972, nella versione inglese pubblicata nel 1975 a Los Angeles, con testo italiano a fronte. Nei prossimi mesi verrà dato spazio ad altre opere di Costa, in versi, in prosa e visuali.

Maurizio Spatola

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_protagonisti/P00060.pdf?a=5ffc928adc3bd

www.archiviomauriziospatola.com Adriano Spatola ‘Poesia da montare’: Sampietro Editore, Bologna 1965. Documento online dal 21.11.2013

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Adriano Spatola, Poesia da montare (Sampietro, Bologna 1965) e il puzzle-poem

  Il prossimo 23 novembre (fra tre giorni, mentre scrivo), cadrà il venticinquesimo anniversario della scomparsa di mio fratello Adriano. Ho provato nei mesi scorsi a suggerire ai responsabili di alcune riviste letterarie o pagine culturali il ricordo di questa data, non so ancora con quale risultato, perciò ho deciso di fare qualcosa io utilizzando lo spazio del mio Archivio online. Comincio col riprodurre la prima opera di Adriano che apre la strada della sua ricerca verso la poesia concreta prima e la poesia totale poi: Poesia da montare, realizzato nel febbraio 1965 in schede conservate all’interno di un contenitore a busta, soluzione scelta per la collana “Il Dissenso” dell’editore bolognese Enrico Riccardo Sampietro, di cui mio fratello era attivo collaboratore. Non  posseggo una copia di questo ormai introvabile libretto e sono grato a un appassionato, Gian Maria Vallese, bolognese di origine e da qualche tempo trasferito in Abruzzo che ne aveva acquistata una all’epoca a Bologna, presso la libreria Palmaverde di Roberto Roversi (che nostalgia!): mi ha inviato lui le immagini delle singole pagine, scansionate una per una. Nel farlo Vallese ha insinuato anche in me il dubbio, già sorto in lui, che all’insieme manchi una tessera del puzzle per ri-montare la poesia originale. Copia imperfetta del libro o assenza forse voluta dall’autore, per confondere le idee al lettore-assemblatore? A quest’ultimo l’ardua sentenza.

  Le ragioni che hanno spinto Adriano a costruire questo gioco-poema sono da lui chiarite nella breve nota introduttiva, anch’essa di seguito riprodotta, in cui però non si accenna al Parasurrealismo, il movimento  fondato proprio in quel periodo da mio fratello insieme con Giorgio Celli, Corrado Costa, Ennio Scolari, Gian Pio Torricelli e altri. A mio parere il modus operandi di Poesia da montare rientra a pieno titolo nella “rivisitazione” del Surrealismo (o “manierismo del Surrealismo” come lo definì Giorgio Celli) teorizzata inizialmente  sul numero 2 di “Malebolge”, la rivista di Reggio Emilia cui tutti loro collaboravano, e più ampiamente approfondita nel numero speciale pubblicato nella primavera 1966 come inserto nel numero 26 de “Il Marcatré” (vedi nel sito sezione Archivio al punto 5). Ne è la riprova il  puzzle-poem realizzato l’anno successivo da Adriano con il pittore modenese Claudio Parmiggiani, non ancora assurto a fama mondiale, e di cui si può vedere un’immagine al termine del documento, insieme con un testo dedicato a questa esperienza dallo stesso Adriano e tratto dall’inserto di cui sopra: l’immagine del puzzle-poem mi è stata inviata dal collezionista vicentino Luigi Bonotto, che ha la fortuna di possederne un esemplare. L’opera rappresenta uno stadio più avanzato nella direzione aperta da questo libro, in quanto il lettore è chiamato non più a ricostruire un testo smembrato, ma a usare i materiali verbali per comporre egli stesso poesie a piacimento.

  Nella sua introduzione (per il testo integrale vedi nel sito sezione Protagonisti punto1) al catalogo della mostra dedicata ai libri di Adriano Spatola, allestita nel 2008  presso la Biblioteca  civica Poletti  di Modena per la serie “In forma di libro”, Giovanni Fontana analizza lucidamente la progressione di mio fratello su questa strada, partendo appunto dalla pubblicazione di Poesia da montare: «A ciascuna fase di montaggio corrisponde una differente “lettura”. Per l’autore, questo momento costruttivo, questo coinvolgimento, è l’essenziale. Il ruolo del lettore, ovviamente già attivo, viene qui arricchito da un compito tecnicopratico; si richiede una gestualità che sappia individuare equilibri di volta in volta differenti e che crei incidenti di lettura in una prospettiva di forme dinamiche indipendenti dalla volontà dell’autore. Diceva Franz Mon che l’ambiguità è la reale concretezza e che ogni identificazione vale una sparizione: in effetti l’identificazione indica la strada del museo e produce reperti; l’antistaticità della proposizione attiva stimola vitalità nel processo di decodificazione che si trasforma in energia creativa. In quegli anni, il pubblico è coinvolto come parte attiva in numerosi settori artistici: nella musica, in teatro, nelle arti visive. L’opera si apre sempre di più all’imprevedibilità dell’intervento del fruitore, che viene teorizzato, stimolato, atteso. Del resto – scriverà Spatola –“ ciò che contraddistingue la nostra epoca non è più soltanto il sistema della divisione del lavoro, conseguenza dell’introduzione dei metodi di produzione industriali, ma anche l’aspirazione a un mondo nel quale ogni differenza culturale tra l’artista e il non artista, tra l’intellettuale e il suo pubblico possa definitivamente scomparire. La poesia totale sembra offrire oggi al lettore non un prodotto definitivo, da accettare o subire nella sua chiusa perfezione, ma gli strumenti stessi della creazione poetica, nella loro strutturale rimaneggiabilità“».

  Alcuni anni dopo lo stesso Adriano, nel saggio Scrittura come collaborazione inserito nell’antologia critica Breton un uomo attento a cura di Ferdinando Albertazzi (Longo, Ravenna 1971), approfondisce questo argomento: « alla elaborazione della prosa di Breton concorrono innumerevoli gesti, dai più comuni ai più ieratici, il cui risultato non è una somma ma una interazione, e a lungo andare risulterà sempre più difficile distinguere in essi i decisivi dai superflui; il testo finirà con l’avere l’aspetto di un puzzle, di un gioco, cioè, che può essere giocato soltanto se non manca nemmeno un frammento, e che si basa sulla ricostruzione a posteriori di figure che non possono non avere un senso e che impongono a chi gioca di cercarlo e, in certo qual modo, di  “inventarlo”: il testo diventa insomma, per il critico, la storia della ricostruzione del puzzle: egli procede per tentativi, e ha alle spalle, che lo voglia o no, tutti i tentativi compiuti da altri prima di lui e che, si pensa, l’hanno lasciato insoddisfatto; egli può aggiungere o togliere, può cambiare di posto ai vari frammenti, può anche pensare che l’impostazione stessa del suo lavoro sia errata e decidere di adottare un punto di vista completamente diverso: in ogni caso, si rende conto che i tentativi che hanno preceduto il suo non sono rimasti al di qua della barriera, ma l’hanno scavalcata, hanno aggredito il testo fino a trasformarlo, fino a farne qualcosa di nuovo rispetto alla situazione iniziale, diventando anch’essi parte del testo , frammenti del puzzle».

Sono queste le risposte migliori, a mio parere, a coloro che, di fronte alle schede-tessere di Poesia da montare, ritenessero di avere a che fare con un banale giochetto per superare con un escamotage la fatica dell’ispirazione e della scrittura poetica.
     Maurizio Spatola

(ha collaborato Monica Olivieri) 

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_storici/S00220.pdf?a=5f94453624ef0

Milano. Le opere di Franco Guerzoni. Mostra al Museo del Novecento: “L’immagine sottratta”

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Franco Guerzoni. L’immagine sottratta

a cura di Martina Corgnati

Museo del Novecento

piazza Duomo 8, Milano

9 settembre 2020  14 febbraio 2021

Siamo lieti di annunciare che l’esposizione sarà aperta al pubblico dal 9 settembre al 14 febbraio 2021.  Non sarà possibile procedere con una normale inaugurazione in presenza.  Sarà nostra cura tenervi aggiornati sul calendario degli eventi che svolgeremo all’interno del progetto espositivo.  Vi invitiamo a consultare il sito del Museo per gli orari e le modalità di visita. 

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Franco Guerzoni, Archeologie senza restauro, 2017, scagliola, gesso, pigmenti e polvere di quarzo su tavola, cm 150×200. Courtesy Galleria Studio G7, Bologna e Galleria MONITOR, Roma, Lisbona, Pereto.

Il Museo del Novecento riapre la stagione espositiva con la mostra Franco Guerzoni. L’immagine sottratta, a cura di Martina Corgnati, un affondo nell’opera dell’artista modenese in programma dal 9 settembre 2020 al 14 febbraio 2021.

La mostra segna il ritorno di Franco Guerzoni nella città dove hanno avuto luogo alcune delle sue principali esposizioni, e prosegue l’indagine condotta dal museo sui protagonisti e i movimenti che hanno contrassegnato il panorama artistico italiano nella seconda metà del Novecento.

Il catalogo della mostra edito da Skira, Milano, contiene un saggio di Martina Corgnati e uno scritto di Adele Ghirri.  

Si ringrazia BPER:BANCA per il sostegno al progetto.

Info

Franco Guerzoni. L’immagine sottratta

a cura di Martina Corgnati

9 settembre 2020 – 14 febbraio 2021

ingresso compreso nel biglietto di accesso al Museo (5,00 €)

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Comune di Milano | Cultura e Museo del Novecento

Museo del Novecento

piazza Duomo 8, Milano

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