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Modena. “Io sono una poesia”, remake: ‘Parole sui muri’, cinquant’anni dopo. Musei Civici, mostra e film

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Per maggiori dettagli sullo storiico incontro di Fiumalbo del 1967/1968 vedi nel mio sito:
http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_storici/S00320.pdf?a=5c12a9fb0df8b

 

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Treviso. “Poetic Boom Boom”, mostra: poeti visivi del gruppo Logomotives

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Milano. Poesia sperimentale, altro lutto: addio a Gio Ferri, scrittore eclettico

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La notizia della scomparsa di Gio Ferri, avvenuta ieri, mi addolora profondamente. Amico ed estimatore di  mio fratello Adriano, aveva poi esteso la sua amicizia anche al sottoscritto. Ferri ha fatto parte della Neoavanguardia sin dai primi Anni ’60 e ha dato un grande contributo alle ricerche di nuovi linguaggi, non solo per quanto riguarda la poesia. La rivista di critica letteraria “Testuale”, da lui fondata 35 anni fa con Gilberto Finzi e Giuliano Gramigna, è stata ed è un punto di riferimento fondamentale. Alle opere citate nella sua biografia letteraria, qui riportata (tratta dal catalogo della mostra Di~segni poetici, Matino 2011 e firmata da Anna Panareo), aggiungo il suo importante saggio La ragione poetica, edito da Mursia nel 1997.  (M.S.)

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Modena. Scomparso Gian Pio Torricelli: addio a un poeta intenso e trasgressivo

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Si sono celebrati ieri a Modena i funerali di Gian Pio Torricelli, il trasgressivo poeta scomparso all’età di 76 anni, al termine di una tormentata esistenza. Un asua raccolta di versi, Dunque cavallo, pubblicata a Bologna dall’editore Sampietro nel 1965, recava la prefazione di Adriano Spatola. In suo ricordo riproduco qui una mia testimonianza, scritto per il libro Dunque Torricelli, edita, nel 2015, a cura del nipote Carlo Bonacini. (M.S.)

“Il male oscuro” di Gian Pio Torricelli

di Maurizio Spatola

  Ho incontrato poche volte Gian Pio Torricelli nella seconda metà degli Anni 60, fra Modena e Bologna, e gli scarsi ricordi (di cui solo uno molto vivido, relativo alle giornate di Parole sui muri, l’Incontro internazionale di poesia svoltosi a Fiumalbo, sull’Appennino modenese, nell’agosto 1967), contribuiscono a infittire il mistero. Il rebus su cui tanti si interrogano, da quando il nome di Torricelli alcuni anni fa è riemerso dall’oblio, riguarda non solo le assurde ragioni che ne hanno sconvolto l’esistenza, ma anche l’interpretazione del suo fare poesia, sui pochi libri che pubblicò prima di essere trascinato nel gorgo della realtà, ma meglio sarebbe dire dell’irrealtà, manicomiale.

I dubbi che mi assillano si rinfocolano rileggendo sia le poesie linguisticamente “eversive” di Dunque cavallo (Sampietro, Bologna 1965) e la sequenza ossessiva di numeri di Coazione a contare (Lerici, Roma 1968), sia soprattutto le note critiche introduttive ai due libri, firmate rispettivamente da Adriano Spatola e Magdalo Mussio. Pur battendo sul suo tasto preferito della rigenerazione surrealista emergente dai versi “esageratamente grotteschi” di Torricelli, mio fratello non mancava di notarvi, mascherata dietro provocatori giochi linguistici, una sorta di “schizofrenia controllata”. Occorre ricordare che nell’autunno ’64 Gian Pio aveva fatto parte, con lo stesso Adriano, Giorgio Celli, Corrado Costa, Claudio Parmiggiani ed Ennio Scolari, di quel gruppetto di inquieti giovanotti che aveva dato vita al Movimento parasurrealista, che si proponeva una rivisitazione “a freddo” dell’ultimo Surrealismo bretoniano, quello basato sull’intreccio fra anarchismo letterario e “scrittura automatica”, leggibile psicanaliticamente più in chiave lacaniana che freudiana: le teorie parasurrealiste furono esposte per la prima volta sul secondo numero di “Malebolge”, la rivista modenese fondata poco prima dagli stessi, con Antonio Porta, Paolo Carta e i fratelli Alberto e Luigi Gozzi, nonché più compiutamente in un numero speciale pubblicato come inserto del mensile “Il Marcatré” nel 1965.

Anche Magdalo Mussio, interpretando a modo suo (e da par suo) la narrazione “in cifre” torricelliana di Coazione a contare, vi intravede, accanto a una «apologia della simulazione artistica oculatamente esemplarizzata nella caricatura tautologica propria del procedimento dell’enumerazione», il «cerimoniale ossessivo-coatto come nesso nevroticospecifico della freudiana “coazione a ripetere”». Mussio giunge, nella sua introduzione, a parlare di «romanzo come istituzione suicida» e di «eutanasia dell’arte».

Con queste citazioni non intendo affatto affermare che Torricelli nei suoi lavori letterari lanciasse segnali di un “male oscuro”, cioè di un qualche disagio psichico, ma piuttosto esprimesse la sua reazione a quella “società malata” (anche nelle sue espressioni letterarie, artistiche e culturali in genere) contro la quale si battevano in quegli anni con varie forme di lotta milioni di giovani in tutto il mondo. Ed è paradossale che Gian Pio sia stato sconfitto non da quel mondo insano che combatteva con le armi dell’arte e della poesia  ma dalla istituzione psichiatrica che avrebbe dovuto difenderlo, invece di distruggerlo come ha fatto: destino comune a quello di un altro grande poeta maledetto del primo Novecento, Dino Campana, nonostante gli enormi progressi compiuti in sessant’anni dalla psichiatria e in barba alla “riforma Basaglia” del 1978.

Per concludere torno al vivido ricordo di Torricelli impresso nella mia memoria una sera dell’agosto ’67 a Fiumalbo, quando lo scorbutico e laconico (salvo improvvise esplosioni in debordanti torrenti di parole) Gian Pio diede prova  di una insospettata e reattiva forza di carattere. Sotto la grande tenda militare che ospitava, su improvvisati pagliericci, una trentina dei partecipanti alla kermesse poetica, compreso il sottoscritto, avevano fatto irruzione due robusti paesani manifestamente ubriachi, all’inseguimento della graziosa poetessa bolognese Patrizia Vicinelli, allora venticinquenne, preda disponibile ai loro occhi o rea di averli respinti a male parole. Gian Pio si lanciò in suo aiuto ingaggiando con i due una furiosa colluttazione dalla quale uscì vincitore, anche grazie al tardivo soccorso di altri. In seguito Torricelli si schernì, rifiutando complimenti e ringraziamenti. Detto per inciso, agli occhi dei fiumalbini, quell’episodio fu presentato al contrario, ovvero come un’aggressione subita dai loro due concittadini: il giorno dopo polizia e carabinieri, intervenuti in forze da Modena, ci identificarono tutti e suggerirono più o meno amichevolmente di lasciare il paese, ciò che avvenne, anche perché la manifestazione era già praticamente conclusa.

Gian Pio e Patrizia, protagonisti di questo movimentato siparietto fiumalbino, avevano contribuito giovanissimi alla nascita del Gruppo 63 e insieme avevano seguito a Roma la lezione un po’ sconnessa ma coinvolgente di Emilio Villa. Gli episodi che mutarono drammaticamente le loro vite più o meno nello stesso periodo appaiono oggi insignificanti e inducono a pensare che la banalità del male si presenta sovente sotto le sembianze dell’Ordine costituito.  Torricelli, raccontano, venne arrestato perché sorpreso a fumare uno spinello e, avendo reagito al fermo in modo scomposto, rinchiuso nel manicomio di Reggio Emilia: da lì o da analoghi istituti è uscito molti anni dopo, irrimediabilmente chiuso in se stesso. La Vicinelli, per sfuggire all’arresto in circostanze analoghe fuggì in Nord Africa e al suo rientro in Italia fu arrestata e scontò quasi due anni a Rebibbia per morire a soli 48 anni nel gennaio 1991. Gian Pio Torricelli fisicamente vive ancora assistito dai nipoti, ma il fiume tracimante delle sue parole si è inaridito per sempre.         

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_worksand/W00261.pdf?a=5beef50e1716f

www.archiviomauriziospatola.com: Adriano Spatola, dialogo sulla poesia, intervista di Peter Carravetta (1979) italian translation by Giulia Niccolai documento online dal 19 giugno 2009

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Peter Carravetta, Intervista sulla poesia con Adriano Spatola (1979)

Nel marzo 1978 Adriano Spatola compì il suo secondo viaggio negli Stati Uniti in
compagnia di Giulia Niccolai, ospite a New York di Luigi Ballerini e poi di Luigi
Fontanella, e a Los Angeles, di Paul Vangelisti. In California incontrò Peter Carravetta,
al quale rilasciò, insieme a Giulia, l’intervista che viene riproposta nelle pagine
seguenti.In realtà, definirla intervista è improprio, poiché si tratta di un dialogo in cui
inizialmente è l’intervistatore a condurre il gioco, quasi obbligando il suo interlocutore
a seguire il filo del suo ragionamento. A poco a poco, Adriano si impadronisce delle
redini del discorso, chiarendo la sua idea di poesia sotto il profilo non solo letterario
(e quindi filologico e linguistico), ma anche filosofico e psicanalitico, passando
disinvoltamente da Pasolini a Ungaretti, Nietzsche e Freud, Heidegger e Husserl,
nonché, naturalmente, gli amati Baudelaire e Rimbaud.L’intervista, che qui compare in versione bilingue con la traduzione di Giulia Niccolai,
venne pubblicata l’anno successivo sulla rivista “Invisibile City”. Nello stesso numero
compariva la traduzione parziale di un articolo che Renato Barilli nel 1976 aveva
pubblicato su Il Verri, a proposito degli “zeroglifici” di Adriano: anche in questo caso
l’articolo viene riproposto nelle due versioni, italiana e inglese. Le immagini di quattro
poesie concrete, realizzate dall’autore nell’arco di vent’anni, sottolineano inoltre lo
sviluppo della sua poetica nell’ambito della scrittura visuale.

L’immagine qui riprodotta è tratta dal libro di poesia concreta di Adriano Spatola 
Cantico delle creature 
(Tau/ma, 1976)

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http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_protagonisti/P00018.pdf?a=5be9bd7d91cb8