www.archiviomauriziospatola.com “Allucinazione portatile”, Ed. Geiger ’71 cartella serigrafica di Franco Guerzoni prefazione di Adriano Spatola. Documento online dal 5 febbraio 2014

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Franco Guerzoni Allucinazione portatile (1971) 

Mentre scrivo questa breve nota è ancora in corso a Bologna, presso la Otto Gallery, la mostra Archeologia senza restauro dedicata all’opera di Franco Guerzoni, lo straordinario artista modenese, che ha realizzato, per le Edizioni Geiger, giovanissimo, la cartella di serigrafie, formato 50×70, riprodotta qui di seguito. Non credo che Franco potesse prevedere all’epoca il successo che il suo modus operandi avrebbe ottenuto nel corso degli anni successivi, conducendolo a esporre anche alla Biennale di Venezia, a Palazzo Forti di Verona e a Palazzo Pitti di Firenze, solo per citare alcune delle esposizioni più importanti da lui realizzate: dal catalogo Skira di quella fiorentina (intitolata La parete dimenticata) sono tratti gli interventi critici sull’opera di Guerzoni che concludono il documento, scritti nel corso degli anni da autori quali: Luciano Anceschi, Renato Barilli, Arturo Carlo Quintavalle, Elena Volpato ed Emilio Mattioli.
Ho conosciuto Franco Guerzoni nel corso del famoso incontro internazionale di Fiumalbo, sull’Appennino modenese, nell’agosto 1967. Lui aveva solo 19 anni, io due di più, ma la giovane età e l’imperiosa spinta al rinnovamento  dei linguaggi artistici e letterari caratterizzava un po’ tutti i partecipanti, arrivati da ogni parte del mondo, di persona o inviando loro opere, per dar luogo a quello che divenne un fantastico e storico happening artistico collettivo. Il caso ha voluto che fossero presenti in quell’occasione tutti e quattro i personaggi che tre anni dopo contribuirono alla realizzazione di questa Allucinazione portatile, ovvero i poeti e scrittori Adriano Spatola, Sebastiano Vassalli e Adriano Malavasi, nonché il fotografo-pittore Franco Vaccari. L’idea di fondare le Edizioni Geiger era ancora in nuce, ma Guerzoni aveva già in mente la sua idea di «pittura delle rovine», come l’ha definita Luciano Anceschi, alludendo al paziente recupero davvero quasi “archeologico” di brandelli di storia, delle tracce dimenticate di ciò che non si vorrebbe e dovrebbe dimenticare.
In un libro successivo, Affreschi, pubblicato sempre da Geiger nel 1973, Guerzoni esemplifica ancora meglio il senso della propria ricerca («archeologia rovesciata», secondo Barilli), che costituirà il filo conduttore di tutto il suo percorso artistico, con varianti ad hoc che non ne muteranno il timbro. Anche se il giovane artista aveva già esposto, timidamente in qualche galleria modenese, Allucinazione portatile costituisce il primo segnale tangibile della sua vivacità operativa nel mondo dell’arte. Nella sua prefazione in versi Adriano Spatola parla di «geometria come pozzo di oggetti accatastati nella malattia della luce», per concludere icasticamente: «Caro Franco, la geometria non è geometria». Dal canto suo Sebastiano Vassalli ricostruisce in modo ironicamente cronachistico, esagerando i dettagli, l’evento che ha dato luogo alle pagine centrali della cartella: le fotografie realizzate da Franco Vaccari nel buio notturno della campagna modenese sulle rive di un fiume, dopo l’accensione simultanea di 64 lampadine con le immagini straniate di un indecifrabile microcosmo e i vaghi riflessi sulle acque del fiume. Ed ecco Adriano Malavasi, sorprendente inventore di linguaggi inesistenti   (http://www.archiviomauriziospatola.com/prod/pdf_protagonisti/P00196.pdf)       e compagno-guida di Guerzoni in un viaggio in furgone Modena-Katmandu esibirsi in una sua particolare lettura delle opere dell’amico, scrivendo a mano in bianco su un lucido trasparente (qui con sfondo grigio per consentirne la scansione). Questo, a grandi linee, il contenuto del libro, che rappresentò nel 1971 la diciannovesima uscita della nostra collana “sperimentale”. Una bella foto dell’artista e una sua esauriente biobibliografia completano il documento.
Maurizio Spatola

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_geiger/G00229.pdf?a=5d48407cd2e20

 

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www.archiviomauriziospatola.com Gerald Bisinger a vent’anni dalla morte. Poeta austriaco dalle molte qualità, collaboratore della rivista “Tam Tam”. Documento online dal 3 gennaio 2010

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Avevo parlato per l’ultima volta con Gerald Bisinger nell’autunno 1995, al telefono (lui a Vienna, io a Torino.), per chiedergli se voleva collaborare con una pagina all’antologia GEIGER 10 dedicata a mio fratello Adriano. Con voce affaticata, nel suo inconfondibile, divertente italiano germanizzato mi aveva risposto che non se la sentiva perché “la mia salute non è tanto buona, sai”, autorizzandomi a ripubblicare una sua poesia scritta a Mulino di Bazzano, che gli era molto cara. Si trattava di Passano gli anni scritta nell’inverno del 1972 e qui riportata integralmente nel testo di Giulia Niccolai sull’amico recentemente scomparso. Giulia pubblicò il suo Esoterico Biliardo, che comprendeva quelle pagine, nel 2001, Gerald se n’era andato nel febbraio 1999, a soli sessantatre anni.

Almeno venti degli ultimi trent’anni della sua vita lo avevano visto sovente in Italia, strettamente legato al gruppo di “TamTam” e da fraterna amicizia con alcuni dei suoi protagonisti più attivi: Adriano e Giulia soprattutto, ma anche Corrado Costa, Franco Beltrametti, Julien Blaine, Giuliano Della Casa, Milli Graffi, Giovanni Anceschi ( traduttore di quasi tutte le poesie di Bisinger) e anche chi scrive. Con i suoi baffi asburgici eternamente profumati di grappa (oppure di nocino o di genepì, secondo i luoghi e le circostanze) Gerald era un instancabile e placido conversatore. Capace di immediate, umanissime empatie anche con persone lontane mille miglia dal mondo un po’ intricato della letteratura: in occasione di una sua visita a Torino, in poche ore lui e nostro padre divennero amiconi, disquisendo affabilmente di argomenti enologici e dei metodi più gustosi per cucinare le lumache. Nostra madre mise tutti d’ accordo imbandendo un pranzetto di cui Gerald parlò per anni.

Non so se Bisinger sia stato un “protagonista”, temo che anche nella sua Austria sia stato un po’ dimenticato, nonostante abbia ricoperto ruoli di rilievo, soprattutto negli anni in cui diresse a Berlino il Literarische Colloquium. E’ certo però che fu un “compagno di strada” straordinario con i suoi slanci di amicizia e le sue doti di precisione e puntualità negli impegni letterari, cui faceva da sfondo una cultura vasta ed eclettica. Mi piacerebbe ricordarlo come un “poeta dalle molte qualità”, contrapponendolo, in un confronto impossibile, all’ Uomo senza qualità del suo conterraneo Robert Musil. Era anche un ospite squisito, Gerald, e lo dimostrò nel novembre del 1973, quando ospitò Adriano, Giulia e me a Berlino, proprio nella sede della Literarische Colloquium, in una villa storica sul lago Wannsee, dove per una settimana incontrammo il fior fiore dei poeti e degli artisti berlinesi. Naturalmente a base non di grappa, ma di Kirschwasser.

Nelle pagine che seguono è riprodotto integralmente, con testo tedesco a fronte, la prima delle due raccolte di poesie che pubblicò con le nostre edizioni Geiger, nel 1971: sette nuove poesie / 7 neue gedichte, nella traduzione di Alberto Tessore e con una riflessione di Adriano Spatola sul ruolo del poeta a fungere da prefazione. La seconda, “Frammenti sull’io”, uscì nel ‘77.A seguire la recensione a 7 nuove poesie firmata da Carlo Alberto Sitta sul n. 2 di “TamTam”del 1972. Quindi un brevissimo omaggio in versi scritto di getto da Julien Blaine, il suaccennato testo della Niccolai e un intraducibile omaggio della poetessa viennese Marianne Sula, oggi autrice di testi radiofonici, che di Gerald fu collaboratrice negli ultimi anni della sua vita. In chiusura una sua poesia sui destini dell’uomo, venata di pessimismo, che mi appare molto attuale. Questo ricordo di Gerald Bisinger è completato dalla sua biografia in italiano e tedesco e da due fotografie che lo ritraggono in diverse epoche della sua esistenza.

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_protagonisti/P00023.pdf?a=5d44778f1200b

 

Roma.”Stend/Art” all’Acquario Romano: stendardi di artisti dell’Esquilino

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24 LUGLIO – 27 AGOSTO 2019 “STEND/ART” ALL’ACQUARIO ROMANO

il progetto StendArt dell’associazione Arco di Gallieno che nel 2018 ha visto l’esposizione, sotto i portici di Piazza Vittorio Emanuele II, di 28 stendardi prodotti da artisti dell’Esquilino, dopo il successo di questa mostra, approda alla Casa dell’Architettura a piazza Manfredo Fanti! L’inaugurazione è fissata per il 24 luglio alle ore 18,30. Gli stendardi rimarranno in esposizione all’interno dell’Acquario fino a fine agosto

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Michele De Luca -Cuore di velluto- 2000 cm185x90 oml 317 b .jpg Michele De Luca – cuore di velluto

www.archiviomauriziospatola.com “Tredici falchi” di Mario Lunetta: stralunata prefazione di Gianni Toti, Edizioni Geiger, collana “poesia” (1970). Documento online dal 19 aprile 2016

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Poco più di due anni fa si spegneva a Roma la voce di Mario Lunetta, poeta e scrittore eclettico sulla via dello sperimentalismo letterario sin dagli Anni ’60. Nel 1970 aveva pubblicato con le Edizioni Geiger la breve raccolta poetica oggetto, con altri testi, del documento che gli dedicai nell’aprile 2016 e per il quale ricevetti da lui complimenti persino sperticati: documento che ripropongo per ricordare l’amico scomparso. (M.S.)

 

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Mario Lunetta, Tredici falchi, prefazione di Gianni Toti (1970)

  Con questa breve raccolta di versi, quinta uscita della collana “poesia” delle Edizioni Geiger, Mario Lunetta non era certo all’esordio come poeta e scrittore, avendo già al suo attivo diverse pubblicazioni. Qui però si proponeva come autore impegnato non solo nel rinnovamento della scrittura poetica (processo già avviato da una decina d’anni da numerosi altri scrittori), ma anche nell’intento di spostare l’attenzione sui profondi mutamenti culturali, politici e sociali in corso in quegli anni. Non a caso Giulia Niccolai, nella breve recensione a Tredici falchi apparsa sul numero 1 di “Tam Tam” nel marzo 1972, parla di «constatazione disperata ma attiva delle cose», affermando poi che l’autore giunge a porsi «come cavia o capro espiatorio».

Nella intensa prefazione a questi versi di Gianni Toti (Cinque chiavi di slettura micro-lunare), scritta nel suo inconfondibile stile, costruito tramite contorsioni lessicali, provocatori neologismi e funambolismi logici, si possono leggere (cito un po’ a casaccio, ma non tanto) espressioni come “agonìa antimitopoetica”, “tic subatomico (riferito al Geiger editore)”, “allarme spoetizzante” , “mistilinguaggio che ci riaggredisce”, “infiniloquio esteriore che tecnopubblicizza l’apologizzato mondo”, “lessici combusti nel loro precipizio ossimorico da pagina-banchina”, fino a concludere: “Che la sparatoria poetica sia implacabile, allora, come qui ci si insegna”.

[Per inciso ricordo che Gianni Toti (1924-2007) cui ho dedicato un ampio documento nel sito, nella sezione Protagonisti al punto 24, è stato artista multiforme, scrittore e poeta eclettico, autore anche di regie cinematografiche, televisive e teatrali, nonché traduttore da lingue poco frequentate, come l’ungherese, e che tra le sue tante iniziative un ruolo non indifferente ha avuto la fondazione con Domenico Javarone della indimenticabile rivista “Carte Segrete”, caratterizzata dal numero imponente di pagine, dalla copertina realizzata in cartone da imballaggio, dall’impaginazione a strati e dai contenuti fortemente ideologizzati].

Lo stesso Mario Lunetta, scrivendo di sé nella voce a lui dedicata nell’Autodizionario degli scrittori italiani, ideato e curato da Felice Piemontese (Leonardo editore, 1990) di seguito riprodotta, si definisce «quasi naturaliter, autore sperimentale, nella convinzione che la scrittura non sia mai tramite di qualche altra cosa, incarnazione di un qualsivoglia Paracleto, ma sostanza e manifestazione di sé». Scrittore eclettico anch’egli (poeta, narratore, drammaturgo, critico letterario e d’arte) «credendo nell’identità di ideologia e linguaggio – aggiunge poi – non può che (via Benjamin) vedere destituita dell’aura ogni testualità letteraria consapevolmente moderna». I due brevi poemetti che compongono Tredici falchi si possono considerare una postilla, o un effetto collaterale, del teorema letterario, o “poietica” sui cui binari si snoda la lunga e variegata opera dello scrittore: si veda di seguito la sua corposa biobibliografia. Prendendo spunto da un accenno di Toti al figlio di Lunetta, Leonardo, nel 1970 ancora bambino, ho pensato di completare il documento con la riproduzione del suo “Progetto in versi per un Manuale di Buon Comportamento ad uso di Leonardo mio figlio” (L’interesse di cambiare il mondo), inserito nella raccolta Lo stuzzicadenti di Jarry edita da  Lacaita nel 1972: un altro piccolo tassello del mosaico della scrittura, anch’essa a volte sinusoidale di Mario Lunetta.
                                                                           Maurizio Spatola

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_geiger/G00259.pdf?a=5d3887cf26094

Longiano (FC). Mostra Collezione Roffi: “Fuoripagina” alla Madonna di Loreto. Centoquaranta opere di Poeti visuali

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Fuoripagina
La collezione Roffi

 a cura di Flaminio Balestra e Pasquale Fameli

 19 luglio – 15 settembre 2019

 

Fondazione Tito Balestra – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea
Piazza Malatestiana 1, Longiano (FC)

 Con il patrocinio dell’Assemblea Legislativa Regione Emilia-Romagna

Inaugurazione: venerdì 19 luglio 2019, ore 21

La raccolta, proveniente dall’archivio dello Studio Segni & Segni di Gian Paolo Roffi, conta centoquaranta lavori di protagonisti di alcuni dei più importanti movimenti di ricerca poetico-visuale sorti nella seconda metà del Novecento e sviluppatisi in ambito internazionale. Troviamo infatti qui rappresentata la Poesia Concreta di Augusto e Haroldo De Campos, Eugen Gomringer, Arrigo Lora Totino e Adriano Spatola; il Lettrismo di Maurice Lemaître; la Poesia Visiva di Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Stelio Maria Martini e Sarenco; la Nuova Scrittura di Ugo Carrega e Vincenzo Accame; la Poesia Sonora di Bernard Heidsieck e Henry Chopin; le scritture Fluxus di Ben Vautier e Giuseppe Chiari; la Mail Art di György Galántai e Vittore Baroni, e molte altre esperienze affini.
Centoquaranta opere per cento nomi, da quelli storici a quelli più recenti, radunate con l’intenzione di offrire una cospicua campionatura delle ricerche condotte sul filo della parola, quella che fugge dalla sua sede convenzionale – la pagina – per spaziare oltre i confini della sola lettura e mostrarsi nel suo aspetto materiale, farsi ascoltare nella dimensione fonetica oltre il silenzio dell’occhio, incontrare l’immagine in un rapporto sinestetico, diventare essa stessa immagine e testare così le sue infinite potenzialità formali. In questo senso, la scelta delle opere è precisa e rigorosa, allo scopo di rendere evidente quanto accomuna il lavoro di chi si è sempre collocato nelle zone di confine dell’espressione artistica.

 ARTISTI PRESENTI IN COLLEZIONE 

Vincenzo ACCAME, Fernando AGUIAR, Paolo ALBANI, Fernando ANDOLCETTI, Davide ARGNANI, Alain ARIAS-MISSON,  Nanni BALESTRINI, Vittore BARONI, Gianfranco BARUCHELLO, Alessandro BENFENATI, Mirella BENTIVOGLIO, Carla BERTOLA, Joseph BEUYS, Tomaso BINGA, Julien BLAINE, Irma BLANK, Jean-François BORY, Anna BOSCHI, Antonino BOVE, José A. CACERES, Ugo CARREGA, Luciano CARUSO, Guglielmo Achille CAVELLINI, Sergio CENA, Giuseppe CHIARI, Henry CHOPIN, Cosimo CIMINO, Mario COMMONE, Vitaldo CONTE, Carlo Marcello CONTI, Corrado COSTA, Mauro DAL FIOR, Augusto DE CAMPOS, Haroldo DE CAMPOS, Paul DE VREE, Chiara DIAMANTINI, Marcello DIOTALLEVI, Pablo ECHAURREN, Alberto FAIETTI, Mariapia FANNA RONCORONI, Fernanda FEDI, Bartolomé FERRANDO, Gio FERRI, Luc FIERENS, Giovanni FONTANA, Claudio FRANCIA, Nicola FRANGIONE, John FURNIVAL, György GALANTAI, Giovanni GERBINO & Fortunato DEPERO, Gino GINI, Jochen GERZ, Eugen GOMRINGER, Klaus GROH, Elisabetta GUT, Bernard HEIDSIECK, Geoffrey HENDRICKS, Emilio ISGRO’, Théodore KOENIG,  Jirí KOLAR, Richard KOSTELANETZ, Maurice LEMAÎTRE, Arrigo LORA TOTINO, Ruggero MAGGI, Roberto MALQUORI, Mauro MANFREDI, Lucia MARCUCCI, Stelio Maria MARTINI, Nanni MENETTI, Eugenio MICCINI, Giorgio MOIO, Marianna MONTARULI & Beniamino VIZZINI, Emilio MORANDI, Massimo MORI, Giulia NICCOLAI, Ladislav NOVAK, Nahl NUCHA, Maurizio OSTI, Clemente PADIN, Paolo PASETTO, Giancarlo PAVANELLO, Michele PERFETTI, Lamberto PIGNOTTI, Gian Paolo ROFFI, Giovanna SANDRI, Roberto SANESI, SARENCO, Alba SAVOI, Greta SCHOEDL, Adriano SPATOLA, Shohachiro TAKAHASHI, Luigi TOLA,  Andrew TOPEL, Timm ULRICHS, Jiri VALOCH, Ben VAUTIER, Emilio VILLA, Alberto VITACCHIO, Rodolfo VITONE, William XERRA.

 

Verona. “Anterem” uscito il numero 98 Argomento di fondo: “Perché la Poesia?” Editoriale di Flavio Ermini

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www.archiviomauriziospatola.com: Collage e “Poesia evidente” a Praga. Ricordo del funambolico Jiri Kolar. Analisi di Angelo Maria Ripellino. Documento online dal 12 febbraio 2016

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Jiří Kolář funambolo della “Poesia evidente” e mago del collage (1914-2002)

  Tempo fa, riordinando e catalogando la mia biblioteca, mi è capitato in mano un sottile e originale libretto, più o meno formato A4, pubblicato nel 1969 ad Hannover dalle Edition H ed intitolato Hinauf und Hinunter (Su e Giù) di seguito riprodotto: una ventina di pagine, di cui alcune fustellate, ovvero con fori nella carta che lasciano intravedere la pagina successiva, a costituire un vero e proprio libro-oggetto, edito in soli 400 esemplari. L’autore è il grande poeta e artista cecoslovacco Jiří Kolář, che dopo essersi dedicato negli anni del dopoguerra alla poesia visuale, con mirabili effetti, è poi divenuto un autentico mago del collage. Una vita difficile e tormentata la sua, soprattutto dopo il violento soffocamento, a partire dall’agosto 1968, della “Primavera di Praga” da parte delle truppe sovietiche: Kolář, al pari di molti intellettuali, scrittori e artisti (tra i quali un certo Vaclav Havel), che avevano sostenuto con entusiasmo il tentativo di Alexander Dubček di rendere meno oppressivo il regime comunista (non di cancellarlo), subì diversi arresti e persecuzioni, come già gli era accaduto una ventina d’anni prima, fino ad essere costretto all’esilio, a Parigi, nel 1980.
Artista e poeta multiforme, ironico  e fantasioso, anche nel costante impegno civile e sociale, Kolář attraversò differenti periodi nella sua lunga attività: partito da esperienze pittoriche si concentrò poi sulla poesia in versi (facendo parte del “Gruppo 42”) per approdare negli Anni 50 alla Poesia visuale, espressa in modo variegato con l’uso di diversi materiali e tecniche, per culminare in una serie di opere assimilabili alla Poesia concreta teorizzata dal filosofo tedesco Max Bense e praticata a Praga, ad esempio, da Josef Hiršal e Bohumila Grögerová, oltre che dallo stesso Havel. Una nuova evoluzione lo condusse ad un parziale ritorno alla pittura, ma usando la tecnica del collage, con risultati via via più esaltanti, sia sotto il profilo estetico, sia sotto quello degli impliciti messaggi che intendeva lanciare. Il libretto che ha fornito lo spunto per questo documento è solo uno dei tanti realizzati da Kolář con il suo incessante operare, a volte febbrile.
Nel 1976 Einaudi pubblicò nella collana “Letteratura” un bellissimo libro di Kolář intitolato Collages, con un saggio introduttivo firmato da quel grande conoscitore della lingua, della storia e della letteratura boema che è stato Angelo Maria Ripellino, autore del famoso Praga magica  (Einaudi, 1973) e precocemente  scomparso nel 1978 a soli 55 anni. Nel suo denso saggio Ripellino esplora, da par suo, la “dannata coerenza” con cui Kolář ha dato sfogo alla sua inesauribile inventiva sperimentale, unificando nella formula “poesia evidente” la miriade  di creazioni, a volte apparentemente insensate, che costituiscono il magico universo della sua opera. Dal testo di Ripellino abbiamo stralciato ampi brani utili alla “lettura” e alla comprensione delle opere di  Kolář, al pari della nota editoriale sul retro di copertina, riportata integralmente qui di seguito:
Figura a più contorni, Jiří Kolář è poeta e pittore, personaggio di spicco in quella Praga che non cessa di stupirci per la forza con cui affronta i nodi più rischiosi della cultura e della società d’oggi. E non cessa di stupire anche per il senso vitale con cui le armi della poesia e della pittura sono impugnate senza odor di museo e di restaurazione culturale. Da questo libro, la figura di Kolář vien fuori completa: c’è il poeta, tradotto con abbondanza e narrato da Ripellino nel suo saggio d’apertura, e c’è il pittore, in una ampia serie di tavole. Che poi i due poli (tra poesia visiva, i vari modi di usare il collage con un confronto di linguaggi per nulla fantastico e surreale e invenzione d’oggetti) non siano lontani e anzi si fondano e si confrontino di continuo, è il senso del lavoro più autentico di questo artista. La materia di ambedue è la realtà più immediata e drammatica, la città, i frammenti di vita, i residui di quanto la storia vien triturando sulla pelle di tutti. È da dentro questa ma­teria che nasce un risentimento di temi, di confronti, di riferi­menti continuo, proliferante e preciso come l’opera di uno stori­co che non si lascia sfuggire alcun documento. Come osserva Ripellino, «il lavoro di Kolář rassomiglia a un’a­zione teatrale spartita in due tempi antitetici. Vien prima la di­struzione: egli àmputa, sgrétola, ciàncica atlanti, partiture, mes­sali, vocabolari, vignette di rotocalchi, dipinti di grido. Segue quindi il pacato processo di rincollatura, la flemmatica manipo­lazione, che conferisce agli scritti ed ai quadri smembrati un nuovo valore semantico. Le immagini, martoriate da sfregi e brancicature, si ricompongono come vedute distorte di un uni­verso “sbagliato”». Poco dopo la scomparsa del poeta e artista praghese, il pittore romano Achille Perilli, che ne era divenuto amico, gli dedicò sulla sua rivista “Metek” l’omaggio ricco di aneddoti che riportiamo nelle pagine seguenti insieme con l’acuto e intenso articolo del critico d’arte torinese Paolo Fossati (1938-1998), molto attento alle ricerche estetiche delle neoavanguardie artistiche e letterarie: l’articolo, scritto per l’Unità nel 1966,  in occasione di una mostra di Kolář nel capoluogo piemontese presso lo Studio d’Informazione Estetica di Arrigo Lora Totino è tratto dal volume Officina torinese (Aragno, 2010) che raccoglie moltissimi scritti di Fossati. Dal numero 3/4 di “Tam Tam” (1973), la rivista diretta da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, abbiamo poi estrapolato la recensione di Carlo Alberto Sitta al libro Jiří Kolář, l’arte come forma della libertà, pubblicato in occasione della mostra presso la Galleria Schwarz di Milano. Splendidi collages di Kolář sono stati utilizzati per illustrare le copertine del libro Discorsi interminabili (Altri Termini, 1987) del critico letterario Raffaele Manica e per il catalogo del Festival internazionale di poesia di Cogolin organizzato nel 1986 da Julien Blaine in Provenza. Completano il documento due opere dell’artista boemo pubblicate rispettivamente all’interno del numero 5 del 1967 della rivista “Tool”, fondata da Vincenzo Accame e Ugo Carrega e del catalogo Il fascino dell’oggetto, curato da Enrico Mascelloni per la mostra omonima tenutasi a Prato nel 1996. L’esauriente biobibliografia di Kolář è tratta in parte dal libro einaudiano e, per quanto riguara gli anni successivi al 1976, da Wikipedia; la sua immagine è stata scattata dal fotografo Fabrizio Garghetti a Lecco nel 1995.                                                                                                                                                 Maurizio Spatola

Kolar Jiri - Lecco 1995 - Foto Garghetti.jpghttp://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_protagonisti/P00258.pdf?a=5d1b98b6c9236

 

 

www.archiviomauriziospatola.com Adriano Spatola, ‘Diversi accorgimenti’ raccolta poetica, Edizioni Geiger 1975 postfazione di Luciano Anceschi. Documento online dal 4 maggio 2016

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I Diversi accorgimenti di Adriano Spatola (Geiger, Torino 1975).

Ritratto dell’autore di Giuliano della Casa, Nota critica di Luciano Anceschi

Il 4 maggio 2016, oggi, mio fratello Adriano avrebbe compiuto 75 anni. Ci separavano poco più di cinque anni, all’incirca la stessa distanza temporale che divideva me dal nostro fratello minore Tiziano e cinque anni separavano anche, non so se per coincidenza, i nostri genitori, Vittorio del 1916 e Dina Torchio nata nel 1921. Nostro padre è scomparso precocemente, nel 1981, a 64 anni ma Adriano, che con lui si era spesso confrontato, anche aspramente, ha voluto batterlo, spegnendosi all’improvviso appena quarantasettenne. Il mio fratellone (in tutti i sensi) ha trascorso la sua breve esistenza interamente ruotante attorno a una sua precisa idea sul fare poesia e sul ruolo del poeta/shamano, come spinto da una incontenibile necessità di accumulo e sovrapposizione di quante più esperienze possibili, in varie direzioni, quasi fosse consapevole della brevità dei suoi giorni, sin dalla gioventù. Non posso fare a meno di pensare a quei versi che concludono una sua poesia compresa nel primo “librino” (come lo definì Luciano Anceschi) Le pietre e gli dei, edito a proprie spese nel 1961: “… Più vuoto dell’eterno, / io parlo solo attraverso la sera: / ogni sera che viene e mi sottrae / al numero dei vivi”.
Malinconie a parte, ho pensato di dare un senso particolare alla ricorrenza mettendo in rete la riproduzione integrale di quella che a giudizio di molti, compreso lo stesso Anceschi che di Adriano fu rispettato Maestro, è la sua raccolta di versi più significativa: quel Diversi accorgimenti (aperto da un ritratto ad hoc del fraterno amico pittore modenese Giuliano Della Casa) il cui titolo doveva, nelle intenzioni originarie dell’autore, essere completato dal sottotitolo per l’abolizione della realtà,  riprendendo una sezione della raccolta dedicata a una “lettura”, costruita con il metodo a lui consueto della disgregazione/riaggregazione, di cinque pittori di diverse epoche (Georges Seurat, Jacques Villon, Carlo Carrà, Petrus Christus, Giorgio Morandi). Ricordo che una sera, a Mulino di Bazzano, poco prima che Tiziano iniziasse a stampare il libro nella nostra tipografia casalinga, Adriano discusse con noi fratelli e con Giulia Niccolai proprio quest’ipotesi di sottotitolo, di cui era apparentemente convinto. Come al solito dovetti ripartire per Torino e solo quando mi arrivarono le copie del libro vidi che Adriano aveva cambiato idea, non ho mai saputo perché. Appare infatti chiaro, a quasi tutti coloro che hanno analizzato questi testi, che “l’abolizione della realtà” sia una logica conseguenza del titolo Diversi accorgimenti. Anche perché le poesie sui dipinti erano apparse, nel 1972, sul primo numero di “Tam Tam” (la rivista fondata e diretta da Adriano con Giulia Niccolai) accomunate proprio dal titolo Cinque accorgimenti per l’abolizione della realtà.  Inoltre, sul numero 6/8 di “Tam Tam”, uscito nel 1974, compaiono otto composizioni, fra le quali Il quaderno bianco, Asepsi, Interno e Il rischio dell’astrazione, indicate come Altri accorgimenti per l’abolizione della realtà, poi inserite nel libro in altre sezioni. Con la più generica definizione di Quattro poesie sul numero due di “Tam Tam” erano già apparsi altri testi, quali Le forbici sulla tavola e Una specie di didascalia. Ancora prima, nell’antologia Montagna Rossa, inventario in nove lingue, a cura di Franco Beltrametti, pubblicata nel 1971 dalle Edizioni Geiger era compreso il poemetto Che giorno è oggi, quello contraddistinto a ogni strofa dall’incipit Democrazia una parola.
Inedite o no, le poesie qui raccolte indicano lo svolgersi di un percorso di ricerca durato una quindicina d’anni, di cui costituiscono forse un parziale approdo, un percorso incisivo per la nuova poesia italiana, come sottolinea con parole inusualmente partecipi Luciano Anceschi nella Nota critica che chiude il libro e riprodotta in parte sul retro di copertina: «…e così la poesia ritrova, alla fine, se stessa in un senso non consueto, e con fertilissima estraniazione rinasce come dalle ceneri, e scopre una segreta, indiretta, non pacifica, e non usata possibilità di messaggio». Il Professor Anceschi doveva anche essere soddisfatto del proprio intuito per aver riconosciuto fra il ’60 e il ’62 doti speciali in quel giovane studente dall’aspetto un po’ scapigliato che, seguendo le sue lezioni di Estetica presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, gli poneva domande e chiedeva consigli non strettamente inerenti la materia da lui insegnata: doti che lo convinsero ad affidargli prestissimo la rubrica dedicata alle recensioni di poesia sulla rivista “il verri” da lui fondata nel ’56 e che annoverava allora tra i collaboratori scrittori e poeti quali Nanni Balestrini, Giorgio Bàrberi Squarotti, Bartolo Cattafi, Umberto Eco, Giuseppe e Guido Gugliemi, Edoardo Sanguineti, Vittorio Sereni, Andrea Zanzotto.
Per fornire ulteriori chiavi di lettura di questo libro, oltre lo scritto anceschiano, metto a disposizione qui sette recensioni o analisi apparse negli anni successivi su quotidiani o riviste, una delle quali, molto favorevole, porta la firma (udite! udite!) di Alberto Bevilacqua, non certo sospettabile di simpatie per la Neoavanguardia e lo sperimentalismo. Eccole in ordine cronologico, con l’indicazione della testata su cui apparvero: Alberto Bevilacqua (Corriere della Sera, 10 marzo 1976); Antonio Porta (Il Giorno, 24 marzo 1976); Mario Boselli (Nuova Corrente n. 70, 1976); Sergio Turconi (“la battana”, n. 40 1976); Angelo Maugeri (Gazzetta di Mantova, 22 giugno 1977); Niva Lorenzini (“il verri” n. 4, 1991); Enzo Minarelli (Testuale n. 12, 1991). Gli articoli sono preceduti da un montaggio fotografico dei cinque dipinti che hanno ispirato i versi ruotanti intorno al concetto di “abolizione della realtà” e sono poi intercalati da sei ritrattini di Adriano eseguiti nell’autunno 1988 da Giuliano Della Casa per illustrare l’ultima sua raccolta di poesie, La definizione del prezzo, che sarebbe poi uscita postuma nel 1992. Il documento si conclude con alcune pagine tratte dal catalogo di una mostra napoletana del 1980 della pittrice romana Simona Weller: l’esposizione, intitolata L’abolizione della realtà, presentava alcune opere ispirate dalla poesia di Adriano dedicata a un quadro del pittore impressionista Georges Seurat, Pomeriggio domenicale all’isola della Grande Jatte (1884-1885). Mi sembra giusto che il lontano omaggio di una delle più brave artiste italiane, non tanto a una poesia di Adriano quanto a una sua concezione dell’arte, chiuda questo mio omaggio alla sua figura nel settantacinquesimo anniversario della nascita.
Maurizio Spatola

N.B: per una esauriente biobibliografia di Adriano Spatola si veda quella a cura di Giovanni Fontana in questa sezione  al punto 1, mentre al punto 20 è riprodotta una sua autobiografia edita da Campanotto nel 1986 e al punto 28 compare il suo saggio Verso la poesia totale (1978). Altre quattro raccolte di versi dello stesso autore sono riprodotte integralmente in altre sezioni del sito (Le pietre e gli dei, L’ebreo negro, Majakovskiiiiiiij, La piegatura del foglio), così come tre opere di poesia concreta (Poesia da montare, Zeroglifico, Cantico delle Creature). Per approfondimenti sulla sua poetica si veda l’intervista rilasciata a Peter Carravetta nel 1978, riprodotta in questa sezione al punto 2, oppure il mio minisaggio Etica, rigore e anarchismes nella poetica di Adriano Spatola pubblicato sul numero 46 della rivista “Testuale” (www.testualecritica.it/46_MaurizioSpatola.htm). Per gli intensi rapporti tra mio fratello e il Professor Luciano Anceschi si vedano le sue lettere al docente nella sezione “Documenti storici” al punto 5. Alcune recensioni a Diversi accorgimenti, che non conoscevo, mi sono state procurate da Peter Carravetta, che ringrazio, così come esprimo la mia gratitudine, per il contributo alla grafica di questo documento, e non solo, alla mia collaboratrice Monica Olivieri.

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_protagonisti/P00260.pdf?a=5d110f8ccdbf1