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Fin dall’uscita del libro di Susan Sontag On Photography (1977) è diventato impossibile guardare una fotografia che rappresenti scene di violenza o di guerra senza porci interrogativi sulla nostra posizione di spettatori: come recepiamo e rispondiamo a queste foto? Sono immagini che hanno il potere di mobilitare le coscienze, ovvero come vorrebbe Sontag, le anestetizzano? In che modo la fotografia si uniforma o contesta gli stereotipi legati al genere o all’etnia? Cosa succede alle immagini che rappresentano realtà di scontro o di conflitto una volta entrate nel circuito del consumo di massa (giornali, riviste, pubblicità)?

Una riflessione su tali questioni è particolarmente urgente in un momento storico in cui, avvenuta la transizione dall’analogico al digitale, la fotografia ha assunto un volto camaleontico, un ruolo sociale, antropologico, politico ed estetico sempre più complesso e una diffusione vasta e pervasiva. Il convegno Etica e fotografia: potere, ideologia, violenza dell’immagine fotografica propone un momento di confronto e discussione sul valore spesso contraddittorio che la foto di guerra, e più in generale il fotoreportage assume per l’autore, per il distributore, per i media e per il pubblico e sull’incidenza della fotografia nella formazione dell’identità e del genere.

Il convegno, della durata di un giorno, ha un taglio trasversale e interdisciplinare e vede la partecipazione di studiosi di fotografia, antropologi, giornalisti, storici dell’arte e della comunicazione di massa.

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