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L’editore Elis Colombini di Modena ha recentemente pubblicato un corposo libro sulla figura e l’opera del poeta modenese Adriano Malavasi (1946-2006). A cura dell’amico e compagno di avventure in giro per il mondo, Giò Barbieri, il volume ricorda le tappe inquiete del percorso artistico e letterario di un personaggio rivelatosi anche nella vita del tutto fuori dagli schemi, capace di esercitare cento mestieri e di adattarsi alle usanze di popoli lontanissimi da noi. Nel libro sono riprodotti le quattro opere, in versi e in prosa, da lui pubblicate in vita (O Babel, Storie vere ed extravere, Unci Dunci, Gelati), oltre a numerosi inediti. Una bella introduzione di Giò Barbieri e le testimonianze di 43 fra amici e conoscenti (fra cui il sottoscritto- vedi sotto) completano il volume di 372 pagine.

Per informazioni: elis@colombinieditore.it

copertina retro di copertina

Che tipo, il Malavasi!
di Maurizio Spatola
   Certo che era un bel tipo, l’Adriano Malavasi, sempre agitato, irruente, vulcanico, sprizzante contagiosa energia, pieno di iniziative, non stava mai fermo, come se sentisse l’incessante urgenza di fare qualcosa di nuovo. L’ho visto poche volte, negli anni fra il ’67 e il ’70, ma ne conservo un ricordo indelebile. Ci siamo incontrati la prima volta durante quella pazzesca settimana dell’ agosto ‘67 a Fiumalbo, sull’Appennino modenese, dove Corrado Costa, Claudio Parmiggiani e mio fratello Adriano avevano organizzato, con la complicità del sindaco Mario Molinari, Parole sui muri: la manifestazione, che doveva essere una tranquilla mostra di manifesti artistici e poetici d’avanguardia, si trasformò in un gigantesco happening, con protagonisti gli oltre cento giovani artisti e poeti che avevano risposto all’appello, molti neppure invitati, anche dall’estero. Il Malavasi correva a perdifiato di qua e di là, inventando lì per lì “qualcosa”, per le stradine o sui muri delle case del paese, un po’ come tutti gli altri, sostando spesso nelle due osterie, dove era facile incontrare anche l’altro Adriano, mio fratello. Lo ricordo posare anche lui all’interno di un cerchio disegnato col gesso, in una piazzetta, dove campeggiava la scritta “Io sono una poesia”, ma non so se sia stato fotografato. Grande e grosso com’era una notte affiancò Gian Pio Torricelli, anche lui piuttosto robusto, nel difendere la “virtù” di Patrizia Vicinelli dall’aggressione di due montanari ubriachi, convinti che sotto la grande tenda militare che ospitava un buon numero di noi, comprese alcune donne, avvenissero chissà quali cose turche.
Non ancora ventunenni (ci separavano poco più di due mesi), eravamo molto  diversi, ma ci accomunavano la curiosità e la sensazione di essere al centro di un cambiamento che avrebbe condotto il sottoscritto, più tranquillo e riflessivo, ad affiancare l’altro Adriano nella “missione” di editore, mentre il Malavasi avrebbe iniziato i suoi vagabondaggi ai quattro angoli del pianeta, costellati negli intervalli di varie spericolate iniziative con sempre sullo sfondo l’arte e la poesia, anche quando si dispiegavano sul piano commerciale, con esiti incerti. Circa otto mesi dopo gli eventi di Fiumalbo ricevetti a Torino un grosso pacco contenente le pagine di O Babel, stampate una per una in una piccola tipografia modenese, compresa la copertina in cartoncino nero lucido con il titolo impresso a secco, come in bassorilievo. Non conoscevo le poesie di Malavasi, il suo libretto (il terzo pubblicato dalle nostre neonate Edizioni Geiger) era stato concordato con mio fratello Adriano, a Torino mi sarei occupato insieme con mio fratello più giovane, tiziano, di assemblare artigianalmente la plaquette. Leggendo i versi mi misi a ridere: “Filandi blandi/ landi landi/, glorandi fili tirandi mandi/ tra lunte de lari sandi …”, era l’incipit della prima poesia. E l’autoprefazione, in tono vagamente più serioso, era dello stesso tenore: “Set è mero ne rimesi darale della samoria nell’ederia, duno segli, mettis marali radoria renda mura …”. Solo in seguito mi resi conto che non si trattava di una mera presa in giro, ma di una studiata operazione «nel regno del non-sense, della poesia transmentale e della poesia metasemantica»come sottolineò acutamente un critico letterario autorevole come Paolo Milano in una recensione apparsa su L’Espresso circa un anno dopo. Credo che O Babel sia rimasto una pietra miliare, quanto a pubblicazioni, nella stringata carriera letteraria di Malavasi.
Una delle ultime volte che lo incontrai, mi sembra a Modena nel ’70, dopo aver ascoltato a lungo i racconti dei suoi viaggi avventurosi, in particolare il famoso Modena-Bali-Modena, compiuto a bordo di una Fiat 500 insieme con Giò Barbieri e Paolo Fiorani, gli chiesi come avessero fatto a farsi capire nelle zone meno frequentate da stranieri di Turchia, Afghanistan, Pakistan, India, conoscendo poco e male anche l’inglese: “mo il modenese lo capiscon tutti” mi rispose sghignazzando. Spiegandosi con la mimica e a gesti, presumo abbia attraversato, in autostop e usando mezzi di trasporto locali, anche tutto il continente americano dall’Alaska alla Patagonia. Proprio in quell’occasione mi sembra che Adriano abbia scattato in una galleria d’arte la foto di gruppo in cui compare anche, accanto a me, un altro poeta giramondo, quel Franco Beltrametti, dal carattere mite e riflessivo, che descriveva a colpi di haiku i suoi vagabondaggi fra Giappone e Stati Uniti.
Ho appreso della precoce scomparsa di Malavasi con un paio d’anni di ritardo e ho provato una sensazione di vuoto, anche se da più di trent’anni non lo vedevo e da quasi venti non avevo più avuto sue notizie. Nel frattempo tanti altri amici di quegli anni favolosi se ne erano andati: mio fratello Adriano, Corrado Costa, Patrizia Vicinelli, Franco Beltrametti, solo per citarne alcuni, e il senso di solitudine si accentuava. Poiché risuona anche qualche accento mistico nelle poesie di O Babel, posso immaginarmi quel bel tipo di Adriano Malavasi vagabondare ora fra le stelle, in cerca di qualcosa di nuovo. Non bastandogli neppure i cento miliardi di soli della nostra galassia, la Via Lattea, si sarà spinto ormai dalle parti di Andromeda, sicurissimo che pure lì capiscano il modenese.

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