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Jiří Kolář funambolo della “Poesia evidente” e mago del collage (1914-2002)

  Tempo fa, riordinando e catalogando la mia biblioteca, mi è capitato in mano un sottile e originale libretto, più o meno formato A4, pubblicato nel 1969 ad Hannover dalle Edition H ed intitolato Hinauf und Hinunter (Su e Giù) di seguito riprodotto: una ventina di pagine, di cui alcune fustellate, ovvero con fori nella carta che lasciano intravedere la pagina successiva, a costituire un vero e proprio libro-oggetto, edito in soli 400 esemplari. L’autore è il grande poeta e artista cecoslovacco Jiří Kolář, che dopo essersi dedicato negli anni del dopoguerra alla poesia visuale, con mirabili effetti, è poi divenuto un autentico mago del collage. Una vita difficile e tormentata la sua, soprattutto dopo il violento soffocamento, a partire dall’agosto 1968, della “Primavera di Praga” da parte delle truppe sovietiche: Kolář, al pari di molti intellettuali, scrittori e artisti (tra i quali un certo Vaclav Havel), che avevano sostenuto con entusiasmo il tentativo di Alexander Dubček di rendere meno oppressivo il regime comunista (non di cancellarlo), subì diversi arresti e persecuzioni, come già gli era accaduto una ventiina d’anni prima, fino ad essere costretto all’esilio, a Parigi, nel 1980.
Artista e poeta multiforme, ironico  e fantasioso, anche nel costante impegno civile e sociale, Kolář attraversò differenti periodi nella sua lunga attività: partito da esperienze pittoriche si concentrò poi sulla poesia in versi (facendo parte del “Gruppo 42”) per approdare negli Anni 50 alla Poesia visuale, espressa in modo variegato con l’uso di diversi materiali e tecniche, per culminare in una serie di opere assimilabili alla Poesia concreta teorizzata dal filosofo tedesco Max Bense e praticata a Praga, ad esempio, da Josef Hiršal e Bohumila Grögerová, oltre che dallo stesso Havel. Una nuova evoluzione lo condusse ad un parziale ritorno alla pittura, ma usando la tecnica del collage, con risultati via via più esaltanti, sia sotto il profilo estetico, sia sotto quello degli impliciti messaggi che intendeva lanciare. Il libretto che ha fornito lo spunto per questo documento è solo uno dei tanti realizzati da Kolář con il suo incessante operare, a volte febbrile.
Nel 1976 Einaudi pubblicò nella collana “Letteratura” un bellissimo libro di Kolář intitolato Collages, con un saggio introduttivo firmato da quel grande conoscitore della lingua, della storia e della letteratura boema che è stato Angelo Maria Ripellino, autore del famoso Praga magica  (Einaudi, 1973) e precocemente  scomparso nel 1978 a soli 55 anni. Nel suo denso saggio Ripellino esplora, da par suo, la “dannata coerenza” con cui Kolář ha dato sfogo alla sua inesauribile inventiva sperimentale, unificando nella formula “poesia evidente” la miriade  di creazioni, a volte apparentemente insensate, che costituiscono il magico universo della sua opera. Dal testo di Ripellino abbiamo stralciato ampi brani utili alla “lettura” e alla comprensione delle opere di  Kolář, al pari della nota editoriale sul retro di copertina, riportata integralmente qui di seguito:
 Figura a più contorni, Jiří Kolář è poeta e pittore, personaggio di spicco in quella Praga che non cessa di stupirci per la forza con cui affronta i nodi più rischiosi della cultura e della società d’oggi. E non cessa di stupire anche per il senso vitale con cui le armi della poesia e della pittura sono impugnate senza odor di museo e di restaurazione culturale.
Da questo libro, la figura di Kolář vien fuori completa: c’è il poeta, tradotto con abbondanza e narrato da Ripellino nel suo saggio d’apertura, e c’è il pittore, in una ampia serie di tavole. Che poi i due poli (tra poesia visiva, i vari modi di usare il collage con un confronto di linguaggi per nulla fantastico e surreale e invenzione d’oggetti) non siano lontani e anzi si fondano e si confrontino di continuo, è il senso del lavoro più autentico di questo artista. La materia di ambedue è la realtà più immediata e drammatica, la città, i frammenti di vita, i residui di quanto la storia vien triturando sulla pelle di tutti. È da dentro questa ma­teria che nasce un risentimento di temi, di confronti, di riferi­menti continuo, proliferante e preciso come l’opera di uno stori­co che non si lascia sfuggire alcun documento. Come osserva Ripellino, «il lavoro di Kolář rassomiglia a un’a­zione teatrale spartita in due tempi antitetici. Vien prima la di­struzione: egli àmputa, sgrétola, ciàncica atlanti, partiture, mes­sali, vocabolari, vignette di rotocalchi, dipinti di grido. Segue quindi il pacato processo di rincollatura, la flemmatica manipo­lazione, che conferisce agli scritti ed ai quadri smembrati un nuovo valore semantico. Le immagini, martoriate da sfregi e brancicature, si ricompongono come vedute distorte di un uni­verso “sbagliato”».
Poco dopo la scomparsa del poeta e artista praghese, il pittore romano Achille Perilli, che ne era divenuto amico, gli dedicò sulla sua rivista “Metek” l’omaggio ricco di aneddoti che riportiamo nelle pagine seguenti insieme con l’acuto e intenso articolo del critico d’arte torinese Paolo Fossati (1938-1998), molto attento alle ricerche estetiche delle neoavanguardie artistiche e letterarie: l’articolo, scritto per l’Unità nel 1966,  in occasione di una mostra di Kolář nel capoluogo piemontese presso lo Studio d’Informazione Estetica di Arrigo Lora Totino è tratto dal volume Officina torinese (Aragno, 2010) che raccoglie moltissimi scritti di Fossati. Dal numero 3/4 di “Tam Tam” (1973), la rivista diretta da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, abbiamo poi estrapolato la recensione di Carlo Alberto Sitta al libro Jiří Kolář, l’arte come forma della libertà, pubblicato in occasione della mostra presso la Galleria Schwarz di Milano. Splendidi collages di Kolář sono stati utilizzati per illustrare le copertine del libro Discorsi interminabili (Altri Termini, 1987) del critico letterario Raffaele Manica e per il catalogo del Festival internazionale di poesia di Cogolin organizzato nel 1986 da Julien Blaine in Provenza. Completano il documento due opere dell’artista boemo pubblicate rispettivamente all’interno del numero 5 del 1967 della rivista “Tool”, fondata da Vincenzo Accame e Ugo Carrega e del catalogo Il fascino dell’oggetto, curato da Enrico Mascelloni per la mostra omonima tenutasi a Prato nel 1996. L’esauriente biobibliografia di Kolář è tratta in parte dal libro einaudiano e, per quanto riguara gli anni successivi al 1976, da Wikipedia; la sua immagine è stata scattata dal fotografo Fabrizio Garghetti a Lecco nel 1995.
Maurizio Spatola
http://www.archiviomauriziospatola.com/prod/pdf_protagonisti/P00258.pdf

 

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