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Dino Bedino, Poh!èmes Visuels (1974) and so on…

  Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere e frequentare Dino Bedino (1929-1995) per oltre vent’anni, divenendone amico ed estimatore, vincendo la sua naturale ritrosia e timidezza. Gli incontri con lui, per quanto discontinui nel tempo, mi hanno arricchito culturalmente e, soprattutto, umanamente. Ci siamo conosciuti in occasione della mostra dedicata alle Edizioni Geiger nel 1972 presso la Galleria d’arte Christian Stein nella centralissima piazza San Carlo di Torino: molto più anziano di me, Bedino, professore di lettere e francese, nonché artista e poeta un po’ ai margini, venne a complimentarsi per il tipo di libri che avevamo scelto di realizzare nell’ambito dello sperimentalismo letterario e artistico e ci mettemmo d’accordo per un successivo incontro. Questo avvenne a casa sua, in via Muratori, dove la moglie Ada Ferro, che vive ancora lì, ci preparò una squisita cenetta. Di qui nacque l’idea, dopo aver visto i suoi lavori, di pubblicare nella nostra collana “sperimentale” i Poh!èmes Visuels qui integralmente riprodotti, con l’acuta presentazione di Angelo Jacomuzzi.
Come sottolinea anche il punto esclamativo inserito nella parola pohème (considerando che l’interiezione poh! in francese ha un significato sarcastico), si tratta di composizioni in cui, come scrive Jacomuzzi, «la messa in opera sincronica del segno linguistico e di quello figurativo» assume i contorni di una critica ironica a un «linguaggio che non funziona».  Non è il caso qui di portare esempi visibilissimi nelle pagine del libro, ma posso assicurare che Dino Bedino, lungi dall’essere il personaggio schivo e scontroso che alcuni hanno descritto solo per sentito dire, aveva uno spiccato senso dell’umorismo con un imprinting francese che lo rendeva ancor più frizzante. Ho avuto modo di apprezzare queste e altre sue qualità nelle settimane in cui curammo insieme la stampa di Poh!èmes Visuels presso la Stamperia del Borgo Po, che si trovava allora alle spalle della monumentale chiesa a pianta circolare della Gran Madre di Dio, in un quartiere a me ben noto, tanto che una famosa osteria di via Monferrato vide spesso il sottoscritto e il professore brindare al buon esito grafico del libro, le cui bozze corressi personalmente.
Nella sua attenta recensione apparsa all’epoca sul numero 10/12 di “Tam Tam”, anch’essa qui riprodotta, Daniele Benati scrive: «…mentre,…, il logotipo pubblicitario ha bisogno, per essere sufficientemente coercitivo e convincente, di artifici estetici diversamente programmati e che non diano adito alla riflessione, l’apparato figurativo e lessicale, attorno a cui ruota l’intera poesia di Bedino, subisce una valevole inversione d’uso e valore, e là dove veniva degradato a mera réclame, a oggetto mercificato, viene rimosso e, facendo legittimamente leva sulla specifica correaltà che gli conviene, diventa di per sé prodotto artistico o entità estetica libera». Ma è lo stesso Bedino a specificare, in un breve dattiloscritto che mi diede o inviò tanti anni fa, anch’esso leggibile di seguito, gli obiettivi e i metodi del suo lavoro artistico e poetico, scrivendo fra l’altro: «Negli assemblages la spinta concettuale si traduce nella trasformazione di oggetti quotidiani e alienati in oggetti-simbolo, in metafore centrali di una condizione sottintesa o in elementi di una mitologia personale».
Il documento comprende anche, oltre a una fotografia e alla biografia del poeta (riprese dal catalogo della retrospettiva dedicatagli nell’estate 2010 presso il Museo della Carale di Ivrea, con interventi che troveranno spazio in un ulteriore omaggio a Bedino nella sezione “Protagonisti” del sito), la riproduzione del minicatalogo di una sua personale allestita presso la Galleria Triade di Torino nella primavera 1976 con nota critica di Giorgio Brizio, del cartoncino d’invito alla presentazione di Poh!èmes Visuels nelle sale della Galleria Christian Stein il 14 novembre 1974 e infine del bellissimo collage da lui regalatomi con affettuosa dedica datata, come ho scoperto con sorpresa solo ieri, 27 luglio 1977, esattamente trentanove anni or sono.
Maurizio Spatola

http://www.archiviomauriziospatola.com/prod/pdf_geiger/G00267.pdf

 

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