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Luigi Ferro (1931-2013): la poesia come “metafora visibile”
Moltiplicazione (Geiger, 1968), prefazione in versi di Adriano Spatola

  E’ con un sottile velo di malinconia che mi accingo a scrivere queste poche righe su Luigi Ferro, presenza costante per venticinque anni, fra il 1967 e il 1992, nel nostro piccolo grande mondo di sperimentatori e giocolieri della parola e delle immagini, in cerca di nuove strade per la comunicazione poetica e artistica. L’ho conosciuto bene e ricordo che mi faceva tenerezza, come un grosso orsacchiotto, pur avendo quindici anni più di me. Di statura media, tarchiato, i capelli ispidi, di professione farmacista a Vercelli, Luigi si muoveva con goffa timidezza nel nostro ambiente sopportando con un sorriso sornione battute sul suo cognome quali “Tocca Ferro!” o “Batti il Ferro finch’è caldo” seguite da gesti appropriati, felice di essere accettato in quella congrega di sognatori. Sembrava volutamente occultare la creatività e la curiosità intellettuale che ne fecero uno dei protagonisti della poesia concreta e delle ricerche verbovisive, conducendolo a esporre anche all’estero, ad esempio a Bruxelles e Londra, mentre sue opere comparivano in collettive e riviste internazionali.

La sua biografia ci dice che dopo il 1992 Luigi Ferro è uscito dal circuito della poesia e dell’arte, apparentemente per motivi di salute. Poco più che sessantenne aveva lasciato Vercelli e i pochi parenti, con i quali non è mai andato d’accordo, per ritirarsi a Riva del Garda, sulla sponda settentrionale del lago, dove è vissuto in solitudine per altri vent’anni, sino alla morte (avvenuta il 20 luglio 2013 a 82 anni), in una casa piena di libri, cataloghi, riviste e quadri che testimoniavano la sua appartenenza ai circoli della poesia sperimentale: materiali in gran parte finiti nella spazzatura a causa dell’insipienza di chi li aveva ricevuti in eredità. Si deve all’intuito di due giovani commercianti d’antiquariato e libri usati della zona, Alessandra e Michele, se parte di quei libri ed opere si è potuta salvare.

Se non ricordo male lo incontrai per la prima volta nell’agosto 1967, nel corso del meeting internazionale Parole sui muri organizzata a Fiumalbo, sull’Appennino modenese da Corrado Costa, Claudio Parmiggiani e mio fratello Adriano con la “complicità” del sindaco di allora Mario Molinari. Si devono a Luigi Ferro, appassionato fotografo, quasi tutte le immagini emblematiche di quell’evento, alcune delle quali hanno fatto il giro del mondo. Luigi aveva conosciuto da poco la Poesia concreta, per lui era stato come un colpo di fulmine e aveva iniziato a realizzare quegli “iconogrammi” che avrebbero costituito la base del suo primo libro, la cui idea nacque proprio nelle giornate di Fiumalbo: quel Moltiplicazione, qui riprodotto integralmente, che le Edizioni Geiger pubblicarono l’anno dopo come ottava uscita della collana “sperimentale”. La grafica della copertina, proposta dall’autore stesso, prevedeva la stampa in rilievo, bianco su bianco, di uno dei suoi iconogrammi: effetto tridimensionale che nessuna scansione può rendere efficacemente per questo motivo siamo stati costretti a scurire leggermente il bianco della copertina per darne un’idea. Dalla prefazione in versi di mio fratello ho tratto la definizione dell’opera poetica di Ferro che dà il titolo a questo documento, completato, oltre che da una breve biobibliografia e foto dell’autore, da una recensione che comparve sul numero 3/4 della rivista “Tam Tam” (1973), a firma del terzo dei fratelli Spatola, Tiziano, celato dietro lo pseudonimo F. Tiziano.

Ho inteso inoltre fornire un ulteriore approfondimento sull’opera di Luigi Ferro riproducendo anche il sottile catalogo di una mostra allestita a Roma nel febbraio 1973, con un intervento del critico d’arte Italo Tomassoni, che fornisce ampi spunti per comprendere l’evoluzione dell’opera di Luigi Ferro, che andrà via via ispirandosi a manipolazioni alchemiche delle immagini fotografiche e di simboli esoterici di grande raffinatezza, conducendoli a realizzare splendidi libri come Tong (Geiger, 1974) e Iconogrammi (Ferraro editrice, Ivrea 1990). A immalinconirmi sono quei vent’anni di silenzio e di isolamento, quasi Luigi avesse voluto tagliare i ponti con il mondo di cui però conservò sino alla morte cimeli e testimonianze.

http://www.archiviomauriziospatola.com/ams/aziende/ams/prod/pdf_protagonisti/P00294.pdf?a=588c87078b671

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