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Esattamente un anno fa, il 20 febbraio 2016  si è spento a Milano, dopo una breve malattia Giuliano Zosi, pianista, compositore, poeta sonoro e, soprattutto, amico disponibile e fraterno, sempre alla ricerca di nuove frontiere della musica. Aveva 75 anni. Zosi ha collaborato a lungo con i poeti sonori della Neoavanguardia, in particolare Arrigo Lora Totino e Adriano Spatola, e con un grande  sperimentatore delle possibilità vocali come Demetrio Stratos. Nel 2010 al convegno di Vetto d’Enza su Luciano Anceschi, padre putativo di tutti gli scrittori e artisti “ribelli”, Giuliano Zosi lesse una sua testimonianza sugli incontri con i poeti sonori, ricordando in particolare il modo straordinario in cui nacque, in tandem con Adriano Spatola, il famoso brano “Valsabre”, in occasione del Festival internazionale di Poesia di Cogolin del 1984.
Con immutato affetto riporto qui integralmente quel suo intervento.
Maurizio Spatola

Effetti speciali della Neoavanguardia

Quando il musicista
incontra il poeta

di Giuliano Zosi (Intervento al convegno di Vetto d’Enza)

Al mio arrivo a Milano nel 1976 c’era una gran voglia di fare cultura, e cultura della più grande apertura. Certamente il festival annuale di Milanopoesia, che faceva capo alle personalità artistiche di Antonio Porta, Mario Spinella e Giovanni Raboni, coadiuvate dall’organizzazione di Gianni Sassi, rappresentava una punta di diamante sulle più attuali forme di indagine artistica che spaziavano dalla poesia lineare alla poesia sonora, alla musica classica, dalla pittura alle proiezioni multimediali. In quello spazio si davano il cambio gli artisti più dinamici e rivoluzionari di tutto il mondo, e v’erano non pochi giornalisti propensi a parlarne sui quotidiani più importanti della città. Ma alla base di tutto c’era la volontà di affermare un bisogno reale di dibattito e di ricerca sul linguaggio letterario e sulle vicine arti affini.  In quegli anni si viveva un’aria di libertà che impiegava professionisti di un’arte, la poesia, per aprirsi a nuove esperienze di contaminazione con altre discipline e di domanda sul senso del fare poesia, necessariamente sul come farla: anni splendidi, indimenticabili, perchè si poteva finalmente fuggire lontani dagli schemi, sull’ossatura esperienziale delle avanguardie storiche, che continuavano a vivere rivelandosi ricchissime di esperienze e di stimoli per noi artisti giovani.

Tra i poeti del Gruppo 63, che ebbi il piacere di conoscere personalmente cito, Nanni Balestrini, Corrado Costa, Antonio Porta, Lamberto Pignotti, Edoardo Sanguineti (con il quale ho avuto una saltuaria collaborazione: Dabisbis, una composizione per voce recitante e gruppo strumentale) e per concludere Adriano Spatola. L’elemento fondamentale delle loro personalità era la costante apertura verso l’evoluzione del linguaggio e l’indagine socio-politica.   

Corrado Costa  del quale mantengo un raro ricordo di intelligenza e sensibilità grazie anche ad una stretta collaborazione, un lavoro per attrice e nastro magnetico ‘Theogramma’ (1979); il cui materiale, oltre alla lettura registrata del testo poetico, era formato anche da un continuo di suoni-rumori ottenuti elettronicamente, misteriosi quanto inusitati,  a descrivere proprio il grafico di una vita originaria. La parola di Corrado cerca lo spazio per definire il fluire di un’entità, la mia musica aiuta la parola cercando delle quantità temporali o flussi, che si esprimono in ultrasuoni, oppure in vibrazioni irregolari, rumori.   La sua critica sociale, la sua ironia, la genialità di intuizioni sempre nuove, costantemente presenti non solo nel suo lavoro ma anche nel contatto diretto con la sua persona, ne fanno un ricordo indelebile di quei tempi.

Antonio Porta era il presentatore ufficiale di Milanopoesia, alle cui manifestazioni intervenivo saltuariamente con miei lavori fonetici. Mi colpì innanzitutto la sua intelligenza e praticità, nonchè quella capacità di intuire costantemente quello che stai per dire, come di una spontanea comprensione con la persona che aveva davanti. Purtroppo soltanto dopo la morte del poeta, su invito di Daniele Oppi, mi  decisi a scrivere una delle mie migliori pagine pianistiche, la Suite per pianoforte ‘Attraverso’ (1993), rappresentata dalla musicalizzazione di cinque delle sue poesie, secondo una tecnica allora sperimentale, della lettura di una poesia alla quale faceva seguito l’esecuzione di un brano musicale a lei connesso, in modo tale che la musica non rappresentasse soltanto l’architettura interiore del tema della poesia ma anche la sua continuazione o se vogliamo un ulteriore meditazione; la sintesi stessa di quei versi di Porta richiedeva alla musica una sorta di continuazione-meditazione.

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